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Risultati archeologici

 

Calenzano e il suo territorio nel medioevo.

Analisi archeologiche

 

 

Relazione delle attività sul campo

Stagione 2009

 

 

 

 

Cattedra di

Archeologia Medievale

Dipartimento di Studi Storici e Geografici


 

 

 

 

 

 

INDICE

 

Introduzione.............................................................................................................................................................................. 3

1   Le analisi territoriali: il frutto delle campagne 2005 – 2008...................................................................... 4

1.1.1    Collina: due torri a guardia della strada.......................................................................................................... 4

1.1.2    La valle di Legri: una strada fortificata e un granaio per Firenze..................................................................... 6

2   Archeologia dell'architettura al castello di Calenzano Alto................................................................ 7

2.1      Il Borgo di Sotto (CA2)......................................................................................................................................... 8

2.1.1     La Portaccia e le mura est.............................................................................................................................. 8

2.1.2     Gli edifici a ovest di Via del Castello........................................................................................................... 13

2.2      L’isolato del Palazzetto Pretorio (CA4)............................................................................................................. 15

2.2.1     Un antico edificio sulla piazza del Prato...................................................................................................... 15

2.2.2     La grande struttura muraria su Via del Castello........................................................................................... 19

2.3      La chiesa di San Niccolò.................................................................................................................................... 20

2.4      Torre o cappella? L’edificio in Via del castello, 15/17 (CA6)............................................................................ 22

3   Interventi di emergenza................................................................................................................................................ 26

4   Lo scavo di Poggio Uccellaia (CPU 5400)............................................................................................................... 29

5   Conclusioni e prospettive............................................................................................................................................. 33

 


 

 

 

 

 

 

Introduzione

Al termine di cinque anni di studio da parte dello staff della cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Firenze, il territorio di Calenzano mostra ai suoi abitanti e agli studiosi una fisionomia composita e complessa. Le vicende storiche che nel corso dei secoli lo hanno interessato hanno infatti lasciato segni materiali ancora ben visibili e che, indagati dallo sguardo competente dello studioso, possono oggi essere mostrate anche a quello interessato del pubblico più attento.

Il progetto di ricerca “Calenzano e il suo territorio nel medioevo. Analisi archeologiche.” si prefiggeva come scopo la documentazione delle tracce materiali degli eventi storici attraverso lo studio di contesti medievali e mediante l’interpretazione delle tracce della produzione materiale presenti a Calenzano, fossero essi strutture murarie conservate in elevato oppure frammenti ceramici recuperati in scavo o durante ricognizioni effettuate sul territorio stesso.

L’integrazione tra i dati raccolti sul campo e le fonti documentarie, unita all’elaborazione archeo-informatica dei dati stessi ha consentito di gettare nuova luce sui processi insediativi e sociopolitici che hanno contribuito a formare l’immagine attuale del territorio calenzanese.

Il territorio di Calenzano si presentava fin dall’inizio come un’area estremamente interessante poiché si era trovata ben presto al centro dei conflitti tra il comune fiorentino e la potente famiglia comitale dei Conti Guidi per il controllo del territorio e degli itinerari viari che conducevano verso il mare e oltre l’Appennino verso la Romagna e il nord Italia. La caratterizzazione di questo territorio come “area di strada”, chiara fino dall’ avvio delle indagini ha portato ad impostare l’analisi territoriale sulle ‘linee di attraversamento’, e ne ha quindi costituito la matrice strutturale e lo schema teorico.

Alcuni settori del territorio, morfologicamente omogenei e/o che si erano configurati, nel medioevo, come vere e proprie sub-regioni, e in cui è stato possibile osservare (come in un microcosmo) le dinamiche storiche che hanno più in generale interessato l’intero comprensorio calenzanese sono stati indagati su molteplici livelli di approfondimento e hanno consentito di ottenere informazioni di ampio respiro quanto puntuali e interessanti anche a livello locale.

Uno di questi settori è la valle di Legri, una delle aree meno urbanizzate e quindi meglio conservate dell’intero territorio calenzanese, l’altro è stato individuato nell’abitato di Calenzano alto, che conserva i resti del medievale castello di Calenzano. Analisi ad ampio raggio hanno poi riguardato la parte più vicina della Val di Marina e la Calvana.

I dati raccolti attraverso queste indagini hanno contribuito ad individuare il sito del castellare de Trivalle, il castello dei conti Guidi che, già scomparso alla metà del duecento, dovrebbe rappresentare l’esempio tipico di un castello signorile a protezione della viabilità. In questo sito nell’anno 2006 sono iniziati i lavori di scavo che hanno portato fin’ora all’individuazione in pianta della topografia generale del sito, con due cinte murarie, e ad una prima ipotesi sulla struttura urbanistica dell’area signorile del castello, situata all’interno della prima cinta muraria.

 

  1. Le analisi territoriali: il frutto delle campagne 2005 – 2008

Il comune di Calenzano si estende in gran parte sulle colline e nelle valli a nord della piana fiorentina, valli che fino dall’antichità ebbero la funzione di vie di comunicazione verso nord e colline che ancora oggi si mostrano così come le ha trasformate il grande fenomeno economico e di gestione del territorio che ha origine proprio al declinare del Medioevo: la mezzadria. Valli e colline comunque sempre fertili e da sempre coltivate, punteggiate da abitazioni coloniche che spesso nascondono al loro interno le tracce di antiche dimore fortificate, poste a guardia dei poderi e delle strade.

L’archeologia dei paesaggi è dunque fondamentale per capire le origini e gli sviluppi di tutto ciò che concorre a formare il paesaggio calenzanese, per meglio comprenderlo, viverlo e tutelarlo.

 

1.1           L’archeologia dei paesaggi: per una conoscenza del popolamento medievale attraverso la manipolazione umana del territorio.

Come abbiamo già detto l’analisi territoriale è partita dallo studio della viabilità e di quelle strutture che ad essa facevano riferimento. Durante queste analisi sono stati approfonditi i contesti archeologici di Collina e della Valle di Legri.

1.1.1        Collina: due torri a guardia della strada.

Le due torri di Collina, la Torre e il Torraccio (o Torraccia) sono state oggetto di ricognizione e successivamente di studio a partire dal 2004, in concomitanza con la stesura della tesi di laurea in Archeologia Medievale “Il castello di Calenzano e l’egemonia fiorentina. Una lettura archeologica” (Torsellini 2007), ma i risultati di questa prima indagine sono stati continuamente rivisti e re-interpretati alla luce dei nuovi dati provenienti dall’indagine territoriale più ampia, partita con questo progetto, in particolar modo per quanto riguarda la redazione di un Atlante delle Tecniche Murarie che documenta tutte le tecniche costruttive medievali (e post-medievali) riscontrate durante l’analisi stessa.

Se fino dall’inizio le torri avevano dimostrato la loro importanza come dimore fortificate a controllo della viabilità e rivelato come la strada più antica per il nord passasse da Legri, guardata dalla Torre di Collina, e venisse più tardi largamente sostituita dalla via di fondovalle pressoché ricalcata dall’attuale Barberinese, sotto lo sguardo vigile del Torraccio.

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Figura 1. La Torre e il Torraccio di Collina.

La Torre di Collina nacque, infatti, come dimora fortificata, con feritoie e apparati a sporgere, per controllare i transiti che da San Donato, pieve altrettanto fortificata, valicavano il crinale proprio a Collina e proseguivano attraverso Legri per San Giovanni in Petroio e il  Mugello. In seguito, dopo un disastroso terremoto e soprattutto dopo che Firenze ebbe definitivamente il controllo del territorio calenzanese, divenne piuttosto una dimora più consona alla dimora al centro dei propri poderi di un ricco proprietario cittadino, e adatta anche a poter ospitare le grandi quantità di derrate alimentari che il podere produceva per il proprio proprietario nonché eventuali viaggiatori che ancora percorressero l’antica via per Legri.

Il Torraccio, invece, ha una storia opposta,ma altrettanto esemplare: costruito più tardi della Torre, nasce come centro del proprio podere, anche se con caratteristiche turrite, da status symbol in pietra, con ampie finestre ben realizzate ed eleganti portalini su più lati. Nel corso del Trecento però, quando fu grande il bisogno di controllare la strada che dal nord dava accesso alla piana fiorentina per impedire le scorrerie delle compagnie di ventura al soldo dei nemici di Firenze, il proprietario del Torraccio, membro probabilmente della classe dirigente cittadina, lo fa fortificare fino a trasformarlo in un vero e proprio ridotto militare, come lo si vede ancora nelle Piante dei capitani di parte Guelfa.

Nel corso degli ultimi anni i dati raccolti durante le analisi di archeologia dell’architettura condotte su questi due edifici sono stati messi a confronto con quelli dell’Atlante delle Tecniche Murarie in via di formazione e i risultati ottenuti hanno innanzitutto confermato come le caratteristiche costruttive delle due torri potessero essere inserite nell’ambito della committenza fiorentina. Ulteriori confronti con altri edifici di simile consistenza, per conservazione, dimensioni e importanza, in territori vicini come quello di Sesto Fiorentino, hanno inoltre consentito di confermare per entrambe, una committenza di ambito vescovile, come suggerito dal Repetti (REPETTI E. e., Dizionario geografico fisico e storico della Toscana, voll I-IV, Firenze 1833-46, (rist anastat. FI, 1976), vol I, p.775).

Questa acquisizione è stata di fondamentale importanza per rielaborare anche i dati ottenuti dall’analisi territoriale e dagli approfondimenti di archeologia dell’architettura svoltisi nella vicina valle di Legri e per interpretare alcuni aspetti del caratteristici del territorio calenzanese, come l’assenza di fondazioni monastiche e per giustificare ulteriormente il fatto che, da parte di Firenze, l’acquisizione di questo a danno dei conti Guidi avvenne “senza colpo ferire”.

Ne risulta, infatti, rinforzato il ruolo che il vescovato fiorentino e le sue proprietà ebbero all’interno di tutto il territorio di Calenzano, che possono a buon diritto essere considerate il nucleo iniziale da cui Firenze partì, qui come altrove, alla conquista del proprio contado.

1.1.2         La valle di Legri: una strada fortificata e un granaio per Firenze.

Le analisi svolte nel 2005 in concomitanza con la tesi di laurea Signori della strada: archeologia e storia del paesaggio medievale nella valle di Legri[1], avevano preso in esame la struttura insediativa e viaria della valle di Legri nel medioevo, con una schedatura di tutti gli edifici che conservassero tracce di murature medievali e dei rapporti di questi tra loro e tra ognuno di essi e la viabilità antica ed attuale. Un approfondimento particolare, basato su un’attenta analisi archeologica delle strutture murarie, era stato dedicato al castello e alla pieve di Legri, presi come campione da utilizzare come traccia per interpretare l’analisi territoriale.

Da questi studi era emerso come il castello di Legri conservasse ancora molto delle strutture murarie originarie, anche se parzialmente nascoste dalle superfetazioni successive, o più semplicemente inglobate in nuovi edifici con diverse funzioni. In particolare era emerso come le strutture più antiche fossero da considerarsi l’alta torre in alberese e l’Oratorio di San Pietro, che addirittura doveva essere considerato come il riadattamento dell’antico palatium dei conti Guidi. I confronti operati con la Pieve avevano consentito di attribuire l’edificazione del castello al XII secolo e alle stesse maestranze che avevano operato nella cripta della pieve stessa.

Le tecniche murarie campionate in questi due contesti di riferimento, messe a confronto con i dati raccolti lungo la valle, avevano contribuito a ricostruire un contesto archeologico di enorme valore, consentendo di individuare il probabile tracciato dell’antica strada medievale per il Mugello e di marcarne il carattere evidentemente militare di “via sorvegliata”. Hanno reso possibile, infatti, l’identificazione di numerose torri che, costruite da un’unica volontà e dalle stesse maestranze, dimostravano la volontà dei Conti Guidi di sorvegliare questo corridoio fortificato che attraverso il territorio fiorentino, collegava i loro possedimenti.

Negli anni 2008 – 2009 ulteriori approfondimenti svolti sulla pieve di Legri hanno trovato interessanti confronti tra le tecniche murarie del castello di Legri e quelle di ambiente vescovile riscontrate a Firenze e a Sesto Fiorentino e hanno consentito di inserire la signoria guidinga e la sua strada fortificata nel complesso scenario della lotta per il potere nei secoli che vanno dalla fine della marca di Tuscia alla piena età comunale.

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Figura 2. Il castello di Legri e la via fortificata.

É finalmente chiaro, infatti, che se i conti Guidi erano i proprietari della « ... quarta pars castelli de Ligri …» (M.G.H., Diplomata,Tomo X, voll2, 462) la costruzione vera e propria di esso doveva essere stata portata a termine dalle maestranze al soldo dell’altro proprietario che, visti i dati raccolti, era con ogni probabilità, il vescovo fiorentino. Questa acquisizione getta una nuova luce sui rapporti tra il vescovato fiorentino e la famiglia comitale guidinga: acerrimi rivali in politica e dove i loro interessi erano in palese e stringente conflitto, alleati o quanto meno neutrali dove le forze reciproche non consentivano che l’uno – forte di numerosissime proprietà fondiarie – e gli altri – con la loro preponderante forza militare – potevano prevalere con certezza. Si associa inoltre con i dati raccolti a Collina per giustificare il passaggio incruento di Calenzano e del suo territorio nelle mani del Comune fiorentino.

Il frutto di questa transizione è ancora visibile nella struttura attuale del paesaggio della Val di Marina e della Valle di Legri, dove grandi tenute si alternano a tanti poderi, coltivati a viti ed olivi, così come lentamente venne in uso a partire dal Trecento, quando i proprietari cittadini, magari anche originari di quest’area, vennero a “conquistare” i fertili terreni ricchi di acqua di queste due valli e ad impiantarvi la mezzadria, ovvero il sistema economico che le ha governate fino ad anni molto recenti.

Un’ulteriore conferma di questa modalità di transizione, diciamo così, pacifica, insieme con quella dell’importanza strategica ed economica del territorio calenzanese e del suo maggiore centro di aggregazione è venuta dalle analisi di archeologia degli elevati condotte sistematicamente proprio all’interno del castello di Calenzano.

 

  1. Archeologia dell'architettura al castello di Calenzano Alto

Nel corso dei cinque anni di lavoro, il castello di Calenzano Alto è stato analizzato secondo i metodi dell’archeologia dell’architettura relativamente a tutti gli edifici accessibili dal suolo pubblico; nel caso di proprietà private ci si è limitati allo studio dei soli prospetti esterni.

Le analisi archeologiche hanno consentito di gettare nuova luce sulla topografia medievale del castello e su aspetti significativi delle vicende storiche che lo hanno visto protagonista.

In particolare lo studio delle strutture militari ha permesso di comprendere non solo l’evoluzione dei sistemi difensivi del borgo fortificato, ma anche e soprattutto di entrare nel dettaglio delle dinamiche socio-politiche che portarono al definitivo controllo del territorio di Calenzano da parte del Comune di Firenze nel corso del XIII secolo a scapito della signoria dei Conti Guidi.

L’analisi degli isolati della chiesa di San Niccolò e del cosiddetto ‘Palazzetto Pretorio’ ha inoltre sollevato interessanti interrogativi sull’organizzazione urbanistica del castello precedente alla ‘conquista fiorentina’. La presenza di una sequenza stratigrafica di corpi di fabbrica leggibile sul fianco Sud della chiesa e la coincidenza di precisi aspetti strutturali e tipologici tra quest’ultimo e il prospiciente prospetto laterale del ‘Palazzetto Pretorio’ ha infatti suggerito un plausibile andamento della scomparsa cinta muraria duecentesca. Questi elementi hanno reso necessaria una nuova ipotesi di assetto urbanistico per la parte sommitale dell’abitato del borgo nei secoli XII e XIII.

Da questi presupposti hanno preso l’avvio le analisi archeologiche di quest’anno. È stato infatti completato lo studio dell’isolato urbano della Portaccia e di quello del ‘Palazzetto Pretorio’, sono stati inoltre presi in esame i prospetti esterni dell’edificio in Via del castello, 15/17 e quelli visibili al di sotto dell’arco di ‘Sotto i Santi’.

2.1          Il Borgo di Sotto (CA2)

Le analisi condotte negli anni precedenti e durante lo svolgimento di una tesi di laurea (L. Torsellini, Il castello di Calenzano e l’egemonia fiorentina. Una lettura archeologica – a.a. 2003) avevano reso possibile incrociare i dati archeologici con le fonti documentarie fino ad identificare sulla tessitura muraria della Portaccia le tracce di precisi interventi storici. In  particolare sono stati riconosciuti i segni materiali dell’assedio di Castruccio Castracani, che hanno permesso di inserire l’intero palinsesto murario della torre all’interno di una cronologia assoluta piuttosto precisa.

Rimanevano però da analizzare tutti gli edifici addossati alla torre in modo da chiarire le modalità di sviluppo dell’intero complesso architettonico e di tutta l’area meridionale del castello.

2.1.1          La Portaccia e le mura est

Le ricerche hanno riguardato innanzitutto una porzione delle mura di cinta, oggi inglobate negli edifici civili che costituiscono attualmente il limite meridionale del borgo fortificato. L’analisi archeologica del paramento murario esterno, l’unico analizzabile, ha mostrato come l’attuale suddivisione in corpi di fabbrica non rispetti quello originario che è stato invece possibile recuperare attraverso gli strumenti dell’archeologia del’architettura.

L’analisi stratigrafica di tutti i prospetti esterni (PG1=CF3-PP2, CF5-PP1, CF6-PP2) ha potuto riscontrare la presenza di almeno sei diverse fasi costruttive che comprendono tutti i secoli dal XIII fino agli anni più recenti.

La prima fase è rappresentata da una porzione di paramento murario addossato direttamente alla torre e pesantemente rimaneggiato, soprattutto da un restauro molto invasivo dei giunti e dei letti, tale da rendere poco chiari perfino i rapporti di appoggio con la torre della Portaccia.

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Figura 3. Planimetria del CA2 con la suddivisione dei corpi di fabbrica.

Nonostante una visibilità piuttosto compromessa, l’apparecchiatura muraria sembra essere accostabile a quella della fase più antica della Portaccia, attribuita alla prima metà del XIII secolo. Si tratta, infatti, di conci sbozzati e squadrati di alberese bianco, di medie dimensioni, disposti su corsi sub orizzontali e paralleli, prevalentemente per orizzontale.

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Figura 4. La tipologia muraria della fase più antica delle mura sud e della Portaccia

Ad una seconda fase costruttiva possono essere attribuite due piccole porzioni di paramento murario rimaste isolate all’interno del prospetto a causa dei numerosi e ripetuti interventi subiti dall’edificio dopo la sua defunzionalizzazione. Non è quindi possibile stabilire quale fosse esattamente la funzione di questa seconda fase che però può essere legata all’intervento di notevole consistenza che trasformò la Portaccia in una torre a cortina. Per quanto riguarda quest’ultima la fase in questione è stata attribuita ai primi anni del XIV secolo, poiché è stata distrutta durante l’assedio castrucciano del 1325; per analogia dunque potrebbe essere datata agli inizi del 1300 anche la seconda fase delle mura meridionali del borgo.

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Figura 5. I residui della muratura di seconda fase nelle mura meridionali.

A seguito della distruzione seguita all’assedio del 1325 le fonti ci dicono che il castello di Calenzano rimase a lungo privo di difese, fino a quando, nel 1363, la Repubblica Fiorentina decise di ricostruire l’intera cinta muraria. A questa fase di fine XIV secolo può essere attribuita la maggior parte dei paramenti murari degli edifici che attualmente inglobano l’antica cinta difensiva nella parte meridionale del castello.

Come già riscontrato durante l’analisi delle altre porzioni delle antiche mura, anche questa mostra di essere stata costruita da diversi gruppi di maestranze che hanno lavorato contemporaneamente. È infatti evidente come siano presenze tessiture murarie diverse, ma legate tra loro con agganci verticali “ a pettine” che ne dimostrano l’effettiva contemporaneità.

Una parte delle mura (CF 6 – PP2 – USM 228) è infatti costruita in bozzette di piccole dimensioni e di forma sub-quadrata sia di calcare alberese che, in misura molto minore, di arenaria e travertino, disposte su corsi orizzontali e paralleli e intervallate da rari conci in alberese disposti per orizzontale sugli stessi corsi. Questa tipologia muraria corrisponde a quella di parte delle porzioni superiori sia della Portaccia che della Porta al Serraglio, sia ad una parte delle mura ovest, all’interno di un grande aggancio tra due diverse fasi di cantiere, vicino alla breccia che dà attualmente accesso al borgo.

 

Figura 6. La tipologia costruttiva a bozzette nelle mura meridionali e in quelle occidentali.

Una seconda tipologia muraria invece si riscontra sia nella porzione meridionale delle mura corrispondente all’attuale ristorante “La Terrazza”, sia nelle porzioni delle mura settentrionali e occidentali, rispettivamente accanto alla Porta al Serraglio e alla breccia di accesso al borgo. In questo caso si tratta di conci di calcare alberese, di medie e grandi dimensioni, sbozzati e squadrati e regolarizzati con un picconcello. I conci sono disposti su corsi orizzontali e paralleli e presentano alcune zeppe di grandi dimensioni e dell’altezza dei singoli corsi in corrispondenza degli agganci delle singole fasi di cantiere. Caratteristica di questa tipologia muraria è inoltre la sovrapposizione di “moduli” costruttivi costituiti da un corso di conci prevalentemente squadrati e di dimensioni maggiori  inquadrato da due corsi di bozzette, sopra al quale si succedono 2/3 corsi di dimensioni minori e costituiti da conci dalla lavorazione più sommaria.

 

Figura 7. I moduli costruttivi della fase di cantiere con i conci di dimensioni medio grandi.

Nei secoli successivi al XIV l’ampliarsi dei confini dello stato fiorentino portò alla ruralizzazione del territorio calenzanese e alla defunzionalizzazione delle strutture militari del castello. Per tutta l’età moderna nelle antiche mura vengono aperte serie diverse di finestre per dare luce agli ambienti degli edifici civili che ad esse si addossano. Sulle mura meridionali viene aperta, in seguito, anche una loggetta con colonnine in pietra serena, la cui costruzione distrugge in parte una precedente serie di finestre in laterizi.

Ancora più di recente le finestre di età moderna vengono tamponate e sostituite con quelle attualmente in uso e alle mura viene appoggiata una serie di annessi di servizio per gli edifici tuttora esistenti (la terrazza del ristorante, casottini di servizio ecc…).

 

 

Figura 8. Alcune delle finestre di età moderna e la loggetta settecentesca.

La campagna 2009 ha visto l’analisi anche degli edifici interni alla cinta muraria ed immediatamente adiacenti alle strutture murarie della Portaccia.

In particolare, risultati interessanti sono stati ottenuti dallo studio del prospetto su Via del castello dell’edificio d’angolo con via della torre (CF3, PP1). L’abitazione si addossa al corpo di fabbrica della Portaccia e il paramento è complanare a quello orientale interno della porta.

L’analisi archeologica ha permesso di individuare almeno quattro fasi costruttive due delle quali attribuibili al periodo medievale. La prima fase è riconoscibile nella quasi totalità dello stipite destro e in una piccola porzione di paramento ad esso adiacente (UUSS 103, 113, 116). Si tratta di una muratura in conci di alberese di medie dimensioni, di forma per lo più rettangolare, disposti in corsi orizzontali e paralleli; i conci sono sbozzati o sbozzati a squadro e la finitura superficiale, regolarizzata, è realizzata con un picconcello. La tipologia muraria individuata si presenta del tutto simile a quella della prima fase costruttiva della portaccia e quindi si può datare alla metà circa del XIII secolo, al quale risalgono le prime strutture difensive in muratura del castello. L’edificio oggi di abitazione doveva costituire, con ogni probabilità, una sorta di serraglio, simile a quello che caratterizza la terza fase della Porta al Serraglio e che, evidentemente dovette essere costruito nello stesso periodo.

Successivamente, ancora in epoca medievale, l’edificio sembra subire, forse in seguito ad una distruzione, una ricostruzione in conci sbozzati di alberese di medie dimensioni, ma di forma più quadrangolare. In questa fase viene anche ricostruito il portale nelle sue forme attuali (UUSS 118 e 119)[2] e la struttura viene addossata al corpo di fabbrica della Portaccia dal quale forse prima era indipendente.

Non ben leggibili sono le fasi successive a causa della presenza dell’intonaco che oblitera la tessitura muraria. Nei punti dove il rivestimento è caduto però si nota una muratura in materiale misto non apparecchiata che farebbe pensare ad un intervento di epoca moderna. Inoltre, in un periodo non meglio precisato, questo prospetto del CA2, CF3 doveva costituire un interno almeno per quanto riguarda i piani 2 e 3. Sull’intonaco infatti sono visibili le tracce dei gradini di una scala che si trovava all’interno dell’edificio che doveva quindi addossarsi alla Portaccia.

 

Figura 9. La fasizzazione del CA2, CF3, PP1. In blu i resti della fase I; in rosso quelli fase II.

2.1.2         Gli edifici a ovest di Via del Castello

Gli edifici che attualmente sorgono a fianco della Portaccia, sul lato ovest di Via del Castello, si presentano con un fronte comune, in parte appoggiato alla torre (CF4) e in parte tagliato (CF7) – forse per asportare una scarpa e appoggiarvi l’edificio più recente – dal lato opposto. Un’osservazione più attenta però consente di distinguere chiaramente che si trattava in origine di almeno due edifici distinti e separati da un piccolo spazio verticale, ognuno dei quali ha subito nel corso del tempo numerosissimi interventi.

La fase medievale è rappresentata quasi esclusivamente dagli stipiti di due porte, quella più vicina alla torre in CF4 e quella centrale nell’edificio più a destra (CF7), ma in quest’ultimo caso nemmeno gli stipiti sono interamente attribuibili al medioevo, dato che quello sinistro è evidentemente ricostruito in seguito ad un taglio operato per variare l’ampiezza della porta. Gli stipiti delle due porte si differenziano inoltre come lavorazione: quello della porta del CF è costituito da conci sbozzati a squadro e sommariamente spianati con uno strumento a punta, mentre quella del CF presenta conci perfettamente squadrati e spianati, sempre con l’utilizzo di una punta.

 

 

Figura 10. Il prospetto del gruppo di case a ovest di Via del Castello.

In una seconda fase gli edifici preesistenti sono stati unificati e rialzati per almeno un piano – non è certo, infatti, che precedentemente almeno uno dei due, se non entrambi, non fosse alto più di un piano e che la ricostruzione come corpo di fabbrica unico abbia obliterato i resti del secondo. A questa fase risalgono alcune delle aperture attualmente tamponate, ma ancora visibili sul prospetto generale (PG2), mentre la maggior parte delle aperture appartengono ad una fase ancora successiva, con continuità di uso fino ad oggi.

L’analisi di questo complesso di edifici ha quindi confermato che il Borgo di Sotto è nato quasi contemporaneamente alla Portaccia, ma anch’esso non è stato risparmiato dalle distruzioni ghibelline che hanno obliterato quasi del tutto la fase duecentesca del castello. É infatti probabile che la fase maggiormente rappresentata sui prospetti di questi edifici, cioè quella in cui essi sono stati uniti e vi sono state aperte le finestre ad arco in laterizi, sia riconducibile al pieno Trecento, se non oltre, certamente dopo l’incursione di Castruccio che distrusse la Portaccia, visto che la muratura di questa fase si appoggia al corpo ricostruito della torre. Si tratta dunque dei pochi edifici ricostruiti all’interno delle mura dopo la fine del Duecento, forse proprio di quelli “ordinati” dal Comune di Firenze nelle Provvisioni del 1361 ; questa ipotesi, piuttosto interessante anche perché li renderebbe confrontabili con tutti quelli edificati nelle terrenuove fiorentine, potrebbe essere completamente verificata solo riuscendo ad individuare quali fossero le dimensioni originali che questi due edifici avevano in pianta nella seconda fase, così da poterne accertare o smentire la conformità con quelle prescritte dal Comune fiorentino proprio all’interno delle Provvisioni sopra citate.

 

2.2         L’isolato del Palazzetto Pretorio (CA4)

L’area del borgo al di sopra di Via del Castello è stata fonte di interessanti scoperte fino dalle prime campagne di archeologia degli elevati svoltesi al castello di Calenzano.

Già ad una prima osservazione della pianta del borgo, infatti, si può notare come quest’area, la più elevata del castello, sia attualmente la più povera di edifici ancora visibili in elevato; questa anomalia era stata attribuita alle numerose distruzioni subite dal castello di Calenzano nel corso dei secoli successivi all’epoca del suo massimo sviluppo. Questa ipotesi è stata verificata nel corso delle campagne di archeologia degli elevati con risultati estremamente interessanti.

Nel corso della campagna 2006, infatti, lo studio della fiancata laterale della chiesa di San Niccolò e del prospetto laterale del cosiddetto ‘Palazzetto Pretorio’ aveva evidenziato la presenza di caratteristiche militari, ad esempio delle feritoie, in corrispondenza delle tracce di setti murari oggi scomparsi e di aperture tamponate. Questo aveva fatto supporre che parte della chiesa di San Niccolò avesse fatto parte di un circuito murario più antico di quello attualmente visibile che circondasse l’area sommatale del castello, identificata dai documenti come il castro vetere. In questo caso l’area sommitale del castello sarebbe stata quella che nel ‘200 avrebbe ospitato la maggior parte degli edifici presenti all’epoca divisi tra il castello vero e proprio e il cassero delle fonti, che avrebbe occupato una parte ulteriormente ristretta di quest’area con numerose torri e palazzi. I resti di questi numerosi edifici, anche monumentali, sarebbero stati dunque da ricercare al di sotto dei livelli attuali del piano stradale e nei livelli inferiori delle case-torri attualmente visibili di fronte al complesso militare della Porta al Serraglio.

2.2.1         Un antico edificio sulla piazza del Prato

La campagna del 2009 ha dunque cercato una ulteriore conferma di questa ipotesi analizzando tutte le murature residue dell’isolato che comprende il ‘Palazzetto Pretorio’.

La suddivisione dei corpi di fabbrica all’interno dell’isolato ha identificato, ed escluso dall’analisi, gli edifici evidentemente moderni e/o impossibili da analizzare come l’asilo, e l’abitazione addossata ai prospetti esterni del ‘Palazzetto Pretorio’. Le indagini stratigrafiche si sono dunque concentrate sul recinto che circonda l’isolato e che è stato suddiviso in sei corpi di fabbrica seguendo gli evidenti rapporti di appoggio riscontrabili sui vari setti murari.

Il tratto del recinto che prosegue il ‘Palazzetto Pretorio’ fino alla piccola piazza che si apre davanti alla chiesa di San Niccolò risulta così diviso in due corpi di fabbrica, forse due semplici setti murari di confine dell’isolato fino dall’inizio (CF2 e CF3). Il CF2, infatti, è costruito evidentemente in appoggio sia al prospetto laterale del ‘Palazzetto Pretorio’ (CF1-PP2), che al piccolo corpo di fabbrica CF3. L’analisi della tecnica costruttiva di questo corpo di fabbrica ha inoltre mostrato come esso sia stato costruito per fasce orizzontali che si sovrappongono in senso opposto l’uno all’altra, proprio a riempire lo spazio tra il ‘Palazzetto Pretorio’ e il CF3.

Quest’ultimo, a sua volta, presenta una muratura in conci e bozzette, con un grande arco tamponato più o meno al centro e altre piccole aperture, finestre quadrate, anch’esse tamponate. Evidentemente costruito insieme alla fase più recente dell’edificio adiacente, il CF4, dato che con essa condivide tecnica muraria e allineamenti di buche pontaie, attualmente ospita il piccolo ingresso al cortile del CA4.

 

Figura 11. La pianta dell'isolato del 'Palazzetto Pretorio' - CA4, con la suddivisione in corpi di fabbrica (CF) e i prospetti analizzati.

L’analisi dei corpi di fabbrica (CF4 e CF5) che costituiscono l’angolo dell’isolato sulla piazza del Prato ha consentito non solo di convalidare l’ipotesi che vede in quest’area il centro dell’abitato duecentesco, ma ha aperto ulteriori prospettive. Il prospetto del primo corpo di fabbrica che affaccia sulla piazzetta della chiesa di San Niccolò, infatti, conserva evidenti i resti di una costruzione precedente, in particolare di una angolata in grossi conci di alberese squadrati e spianati con un picconcello. Fortunatamente il prospetto interno di questo tratto di muro è sgombro da edifici e da intonaco ed è stato possibile riscontrare come, all’interno, questa angolata corrisponda alla mazzetta e ai resti dello stipite di un’apertura di notevoli dimensioni. Tutto il resto della muratura di questo CF si appoggia a questa porzione di paramento murario, che risulta quindi la fase più antica del CF3.

La tecnica muraria impiegata nella costruzione di questa porzione di stipite è di ottimo livello, i grandi conci (16-? X 15-45 cm) in alberese bianco sono squadrati e presentano ancora il nastrino su due lati, mentre sugli altri due le sue tracce sono state cancellate dalla spianatura della superficie operata finemente con uno strumento a punta. Interessante notare come l’angolo esterno dello stipite non sia retto, ma leggermente ottuso, ad indicare come l’asse dell’apertura non fosse perpendicolare a quello dell’attuale CF4 e che la mazzetta dovesse avere una forma ‘a L’ in sezione, in modo da facilitare l’eventuale aggancio di una ulteriore muratura.

 

Figura 12. L'angolata in grossi conci visibili all'esterno (PP5) e all'interno (PP7) del CF3.

In un secondo momento alla mazzetta della porta è stata appoggiata una muratura in corsi orizzontali e paralleli di conci squadrati e sbozzati a squadro di medie e piccole dimensioni, visibile soprattutto nel prospetto interno (PP7), nonostante la notevole quantità di arriccio ancora presente sul paramento murario. All’interno di questa porzione di paramento sono visibili numerosi conci di reimpiego con la superficie spianata con l’ausilio di uno strumento a lama piana. Questa tecnica muraria caratterizza anche la parte inferiore del prospetto che affaccia sulla piazza del Prato (PP9) – anche se quasi interamente coperta dall’intonaco – e il corrispettivo prospetto interno (PP8), dove invece è perfettamente visibile anche grazie alla presenza di una tettoia che ha protetto la faccia a vista del paramento interno. Su questo prospetto è chiaramente visibile una risega parzialmente interrata e alcune buche pontaie, una delle quali realizzata tagliando ‘ad L’ uno dei conci del paramento. Sempre su questo prospetto, poco all’interno rispetto al grande arco che attualmente dà accesso al cortile interno all’isolato, sono ancora visibili pochi conci, squadrati e spianati con una punta,  dei due stipiti di una apertura tamponata.

 

Figura 13. Il paramento murario di Fase II, con i resti dell'apertura che dava sul Prato.

Al di sopra del terzo concio di ogni stipite la muratura di questa fase appare tagliata quasi orizzontalmente con un’azione probabilmente volontaria che si estende su tutto il prospetto e anche sul prospetto interno consecutivo (PP5). Un’angolata relativa a questa fase si conserva parzialmente sul prospetto esterno della recinzione attuale del cortile, oltre il grande arco che vi dà attualmente accesso e che segna il limite meridionale dell’edificio costruito in appoggio alla porta della fase più antica. E anch’essa si presenta tagliata alla stessa altezza del taglio visibile sul prospetto interno (PP8)

A questo taglio si appoggia la gran parte della muratura di questi due corpi di fabbrica, costituita da bozzette sub-quadrate e, più raramente, da conci allungati in alberese, disposti su corsi paralleli e tendenzialmente orizzontali; all’interno della muratura sono presenti anche numerosi conci di reimpiego e altri grandi conci. Su entrambi i prospetti interni (PP7 e PP8) e parzialmente visibili anche all’esterno, sono evidenti due file di buche pontaie quadrate e tamponate in laterizi; queste buche pontaie confermano innanzitutto la contemporaneità della riedificazione in altezza dei prospetti dei CF4 e del CF5, ma sottolineano anche come questa riedificazione sia contemporanea alla costruzione del CF3, che va dunque ad ampliare un edificio pre-esistente, probabilmente in concomitanza con un cambio di funzione di quest’ultimo. A questa fase, infatti, appartiene anche la costruzione del grande arco, tamponato, ma ancora visibile su entrambi i prospetti del CF3 (PP4 e 6) che aveva probabilmente una ghiera in laterizi almeno sul prospetto interno (la ghiera esterna è andata completamente perduta e poteva essere anch’essa in laterizi oppure in conci di alberese all’esterno e in laterizi all’interno, come nel grande arco che dà attualmente accesso al cortile).

 

Figura 14. L'arco del CF3 all'esterno e all'interno del grande cortile del CA4.

In una fase ancora più recente il grande arco del CF3 è stato tamponato – in due momenti successivi – e vennero aperte le piccole finestre quadrate e quella ad arco presenti sul CF3 e sul CF4; contemporaneamente sono stati rasi gli stipiti della grande porta che costituisce la fase più antica di questo complesso. Una serie di indizi che comprendono quest’ultima fase di ‘rinnovo’ del sistema di aperture sull’esterno e la presenza di piccole buche pontaie dotate per la maggior parte di mensole a sporgere sull’interno del CF5 (PP8) e a circa 3 mt di altezza dall’attuale piano di calpestio, insieme con la straordinaria conservazione sia dell’arriccio che della faccia a vista dei prospetti interni, suggerisce che questa porzione del cortile interno del CA4 facesse parte, fino a non molto tempo fa, di un ambiente interno, un edificio simile a quello ancora esistente (CF?).

Le analisi dell’ultima campagna hanno quindi dimostrato l’esistenza di edifici appartenenti agli anni del maggior sviluppo del castello proprio nell’area del Prato, individuata come possibile centro del castro vetere fino dal 2006.

La presenza di uno stipite costruito con una tecnica muraria paragonabile a quella delle fasi più antiche della Porta al Serraglio e della Portaccia come dimensioni e come raffinatezza proprio sull’area antistante la chiesa di San Niccolò conferma infatti l’importanza ‘monumentale’ di tutta quest’area,  mentre le dimensioni della mazzetta e dello stipite e la loro posizione topografica sollevano interrogativi ancora più interessanti. Lo stipite attualmente conservato è infatti quello sinistro di un’apertura monumentale che si apriva da Ovest verso Est, cioè verso la facciata della chiesa; le sue dimensioni, inoltre, sono quelle di una porta monumentale, paragonabile appunto alla fase più antica della Porta al Serraglio e sono quindi da attribuire ad una porta civica o a quella di un edificio di importanza fondamentale per il borgo stesso. Di questo ipotetico edificio però non rimane traccia, mentre l’evidente inclinazione dello stipite collocherebbe questa apertura lateralmente e  in posizione disassata sia rispetto alla chiesa che rispetto alla strada che attualmente dà accesso alla piazzetta ad essa antistante. Le murature attualmente conservate inoltre sono soltanto parzialmente visibili e non consentono di capire se l’edifico impostato su questo stipite e rappresentato attualmente dalla tecnica muraria di Fase II fosse concepito contemporaneamente alla porta o se vi sia stato appoggiato in una fase concettualmente, oltre che temporalmente, diversa. Certo è che in entrambi i casi si tratta della conferma dell’identificazione dell’attuale area “vuota” del Prato con una di quelle di più antica urbanizzazione del castello di Calenzano. A maggiore conferma di questa affermazione possono essere portate la frequente presenza di conci o di frammenti di reimpiego e la presenza, nell’area orientale del CA4, di una struttura muraria dalla funzione non chiara, ma sicuramente di carattere difensivo.

2.2.2         La grande struttura muraria su Via del Castello

L’analisi dell’ultimo paramento murario del CA4 ha, infatti, evidenziato come il lato dell’isolato che affaccia su via del castello sia costituito per lo più da una struttura muraria con evidenti caratteristiche difensive. Questo muro (CF6 – PP11) è costituito per la maggior parte da conci di reimpiego caratterizzati da finiture e lavorazioni diverse posti in opera con conci sbozzati e bozzette di alberese, alcuni dei corsi sono costituiti interamente di bozzette e utilizzati come veri e propri corsi di orizzontamento; questa modalità costruttiva dà alla muratura un aspetto esteticamente “disordinato”. Un’altra caratteristica saliente di questa struttura è la presenza di due scarpe in conci squadrati di grandi dimensioni che lo delimitano sia a Sud che a Nord; a nord il CF6 termina infatti con un contrafforte  di retta costruito appoggiandosi all’inclinazione della scarpa e demolendo parzialmente il ‘Palazzetto Pretorio’, mentre sul lato opposto la scarpa originale è stata parzialmente smontata per rendere sporgenti alcuni conci così da poterci appoggiare l’edificio di abitazione civile che attualmente fa angolo con Via dell’Oriolo.

Ad una analisi più approfondita si nota come questo corpo di fabbrica sia stato costruito con due tecniche costruttive diverse e complementari: la prima ha un’altissima percentuale di conci di reimpiego disposti su corsi sub-orizzontali e quasi sempre paralleli, nonostante frequenti sdoppiamenti e il massiccio impiego di zeppe, sia come parte costitutiva della muratura, sia nei giunti e nei letti. La seconda tecnica impiegata presenta conci spaccati e sbozzati, una scarsa presenza di materiale di reimpiego e una percentuale di zeppe poste in opera nella muratura che quasi uguaglia quella dei conci.

Queste due tecniche sono state comunque usate contemporaneamente, con un utilizzo della seconda, più approssimativa, che coincide spesso con delle vere e proprie “toppe” tra fasi di cantiere di dimensioni maggiori, realizzate con la tecnica dall’aspetto più ordinato.

 

 

 

Figura 15. Il  CF6 e le sue due scarpe. Evidenziati i tagli per agganciarvi l’edificio del CF 10 e il contrafforte.

La presenza delle due scarpe, costruite con grandi conci squadrati e spianati e ben connessi, sembra suggerire per l’edificio a cui apparteneva questo prospetto una funzione difensiva oppure una di “rappresentanza” che ad una funzione militare si voleva richiamare per assumerne il prestigio. Il frequente uso dei materiali di reimpiego, spianati sia con strumenti a lama che con strumenti a punta, invece lo colloca in un periodo posteriore alla metà del XIII secolo, quando vennero distrutti numerosi edifici anche monumentali durante le lotte tra guelfi e ghibellini, come viene testimoniato dal liber Extimationum. L’aspetto esteriormente disordinato e l’utilizzo di diverse tecniche contemporaneamente  potrebbe essere dovuto, invece, ad una necessità di una rapida edificazione, forse contestuale al ripetersi delle incursioni a partire da quella di Castruccio Castracani del 1325. A questa necessità di una difesa “improvvisata” potrebbe essere a questo punto ricondotto anche il tamponamento degli archi dell’adiacente ‘Palazzetto Pretorio’.

 

2.3         La chiesa di San Niccolò

La chiesa di San Niccolò era già stata oggetto di una campagna di indagine nel 2005 durante la quali erano emerse le diverse fasi costruttive dell’edificio che avevano visto l’edificazione di tre diversi corpi di fabbrica che, uniti, formano attualmente la chiesa. Uno di questi edifici presentava caratteristiche particolari, come ad esempio una muratura di conci di grandissime dimensioni e la presenza di feritoie, che ne indicavano un possibile utilizzo anche a scopi difensivi. Purtroppo l’interruzione dei rapporti fisici tra questi corpi di fabbrica a causa dei successivi interventi rende ancora impossibile capirne l’esatta sequenza stratigrafica; è comunque possibile ipotizzare che una parte della chiesa di San Niccolò, che dalle fonti sappiamo confinava con le mura del castro vetere, potesse essere utilizzata anche come parte delle mura stesse.

 

Figura 16. Pianta e prospetto laterale della chiesa di San Niccolò con l'indicazione dei diversi corpi di fabbrica che la costituiscono.

La campagna di quest’anno ha preso in esame le murature interne del grande ambiente voltato conosciuto come ‘Sotto i Santi’ (CF3) per chiarirne la funzione e il rapporto col vicino corpo di fabbrica precedentemente indicato come possibile parte della cinta murari più antica del castello (CF2).

Le indagini archeologiche hanno evidenziato come al di sotto dello spesso strato di intonaco che ancora copre gran parte delle pareti e il soffitto a volta di questo ambiente i tre prospetti che lo delimitano siano piuttosto ben conservati e hanno consentito di leggere le vicende costruttive che hanno portato alla costruzione dell’ambiente stesso.

 

Figura 17. La pianta dell'arco di 'Sotto i Santi' e l'indicazione dei prospetti indagati.

Il prospetto che chiude l’ambiente (PP6) e quello destro, che costituisce il suo limite verso il campanile (PP7) sono legati tra loro con un aggancio a cerniera, mentre il prospetto sinistro (PP5) che costituisce il limite tra questo ambiente e il secondo corpo di fabbrica della chiesa (CF2) è chiaramente appoggiato al prospetto di fondo, che addirittura sembra essere stato “preparato” per favorirne l’appoggio. La muratura di questo prospetto è però costituita dalla stessa tecnica muraria degli altri due prospetti, di cui mantiene l’allineamento dei corsi orizzontali e paralleli di piccoli conci sbozzati a squadro e regolarizzati nonché le misure medie dei conci stessi. Sempre questo prospetto è stato evidentemente costruito appoggiandosi a numerosi affioramenti del banco roccioso di alberese, in corrispondenza di un notevole salto di quota della collina, quindi il CF2 della chiesa di San Niccolò occupa la curva di livello superiore al salto di quota e il CF3, con l’ambiente di ‘Sotto i Santi’, occupa invece quella inferiore.

L’approfondimento dell’indagine ha messo in evidenza come quest’ultimo prospetto sia inoltre costituito da due fasi costruttive distinte: la prima è legata all’angolata che costituisce anche il limite destro del CF2, la seconda invece è costruita in appoggio al taglio volontario di quest’ultima, eseguito con la tecnica del “cuci-scuci”; l’angolata in questione, inoltre, presenta alcuni conci sagomati con un angolo più acuto, come ad indicare la volontà di dare al setto murario un’inclinazione diversa, leggermente verso nord.

Si conferma dunque l’ipotesi che l’intero CF3 sia stato costruito dopo il CF2 in quanto la tecnica muraria dei prospetti interni all’ambiente voltato li denota come frutto di un’unica volontà costruttiva, attuata in appoggio alla preesistente angolata del CF2; è possibile anche che l’intero ambiente e tutto il CF3 sia stato costruito in appoggio non solo al CF2 , m anche al campanile (CF4), anche se attualmente quest’ultimo rapporto è totalmente nascosto sia dal cemento che copre parte della fiancata della chiesa e tutto il campanile sia da un piccole contrafforte posto proprio al limite tra il CF3 e il campanile, all’altezza dell’ambiente voltato.

Le indagini archeologiche hanno quindi confermato la successione stratigrafica dei corpi di fabbrica di cui è costruita la chiesa di San Niccolò e ha inoltre suscitato nuovi e interessanti interrogativi. Si tratta infatti di chiarire come mai sia stato necessario distruggere la quasi totalità della muratura originariamente legata all’angolata del CF2 e costruire un nuovo setto murario di collegamento con il nascente ambiente voltato del CF3. La muratura superstite della fase più antica, quella legata all’angolata del CF2, inoltre, è comunque molto simile a quella dell’ambiente voltato: è dunque possibile che fin dall’inizio, adiacente al CF2 fosse previsto un ambiente chiuso? oppure si tratta dei resti di una porta che desse magari accesso al cassero del castello duecentesco? e, in entrambi i casi, perché il campanile della chiesa si trovava così avanzato e su una curva di livello ulteriormente più bassa rispetto al corpo principale della chiesa? Una possibile spiegazione potrebbe consistere nell’esistenza di un circuito murario che comprendesse al suo interno non solo la fiancata del CF2, ma anche una primitiva abside, poi obliterata dalla costruzione del CF3 e che in questa cinta muraria si aprisse una porta, guardata sia dall’abside della chiesa che dal campanile. La verifica di questa ipotesi però sarà possibile solo esaminando gli ambienti interni alla canonica, cioè quelli interni sia al CF2 che al CF3.

 

2.4         Torre o cappella? L’edificio in Via del castello, 15/17 (CA6)

Le indagini condotte quest’anno hanno preso in esame, per la prima volta, l’abitazione posta in Via del castello ai civici 15/17 e prospiciente la piazzetta.

L’edificio presenta una pianta quadrata ed è ben visibile e accessibile solo sui lati N/W e N/E (PP1 e PP2) che quindi sono stati gli unici analizzati; i prospetti S/E e S/W si trovano infatti all’interno della proprietà privata, ma quest’ultimo è parzialmente dall’ingresso al civico 17.

 

Figura 18. Planimetria dell'edificio in via del castello, 15/17 con indicazione dei prospetti analizzati.

La struttura ha genericamente uno stato di conservazione discreto anche se i pesanti restauri a cemento di giunti e letti presenti su tutti i prospetti hanno molto compromesso la leggibilità della muratura

 

Figura 19. Il paramento della prima fase costruttiva..

Nonostante le difficoltà di lettura, l’analisi stratigrafica condotta sui paramenti esterni ha permesso di individuare almeno cinque diverse fasi costruttive, leggibili su entrambi i prospetti.

Della prima fase costruttiva restano modeste tracce nella porzione inferiore del PP2 (UUSS 200, 202 e 203) e in quella del PP1 (UUSS 108, 126 e 127) che comprende anche alcuni conci dello stipite sinistro del portale che quindi doveva esistere, anche se non nelle forme attuali, già in questa prima fase. La muratura è costituita da conci di calcare alberese, di medie e grandi dimensioni, sbozzati e sbozzati a squadro e di forma per lo più rettangolare, disposti in corsi orizzontali e paralleli. La finitura superficiale è regolarizzata a picconcello e in alcuni casi è assente, ma la faccia a vista si presenta comunque piuttosto liscia probabilmente perché dovuta al distacco dal letto di posa. La tecnica costruttiva impiegata in questa prima fase costruttiva sembrerebbe poter essere attribuita alla prima metà del XIII secolo.

A questo primo momento segue una grande fase costruttiva piuttosto ben conservata e leggibile nel PP1, ma di cui restano poche tracce nel PP2 (UUSS 201, 223, 224 e 225). Si tratta di una muratura costituita da bozzette di calcare alberese sia biancastro che marrone e rara arenaria, di forma per lo più quadrata e di piccole e medie dimensioni, disposte in corsi sub-orizzontali e paralleli con finitura superficiale sommariamente regolarizzata o assente. La tessitura muraria, simile a quella presente nel tratto di mura meridionali, sembra quindi attribuibile all’azione di ricostruzione che lo stato fiorentino attuò nel castello di fine XIV secolo a seguito delle distruzioni castrucciane.

 

Figura 20. La tessitura muraria di seconda fase.

È a questa seconda grande fase costruttiva che si attribuisce la realizzazione del portale del prospetto N/W nelle forme attuali. Nonostante gli interventi successivi, parte dello stipite sinistro, l’intero stipite destro, le mensole e l’arco ogivale la cui luce è stata chiusa a mattoni sembrano essere infatti in fase con la muratura del paramento. Data la buona fattura dei pezzi perfettamente squadrati e spianati, si tratta probabilmente di un rimontaggio storico forse di epoca ancora tardo medievale.

 

Figura 21. Il portalino del PP1.

Successivamente, probabilmente già in età moderna, l’edificio è stato oggetto di numerosi  rifacimenti volti anche all’apertura di finestre sia in PP1 che in PP2 per dare luce agli ambienti interni o all’abbassamento del tetto originario e alla ricostruzione quasi totale delle angolate. Da notare la grande ricostruzione di tutta la porzione centrale del paramento del prospetto N/E che riutilizza i medesimi litotipi della seconda fase (calcare bianco e marrone e arenaria), ma in una tessitura muraria completamente irregolare e priva di corsi. L’intervento è forse da ricondurre al risarcimento della muratura in seguito al bombardamento di cui l’edificio fu oggetto durante il secondo conflitto mondiale come è testimoniato da fonti orali.

La documentazione scritta sull’edificio è purtroppo molto scarsa, ma da alcune fonti iconografiche, come i cabrei settecenteschi, sappiamo che la struttura fu utilizzato a lungo come cappella[3]. Le dimensioni in pianta con il lato N/W di metri 7 ca. e quello N/E di metri 8,50 ca., farebbero pensare invece ad una torretta, magari anche con funzione abitativa, forse da identificarsi con quella costruita fuori dal cassero, ma dentro al castello citata nel Liber Extimationum.

L’analisi archeologica condotta ha permesso infatti di individuare sul PP1 una piccola feritoia in fase con la muratura (US 148), elemento questo piuttosto insolito se si considera per l’edificio la sola funzione religiosa[4].

Questo primo studio condotto sul corpo di fabbrica ha permesso quindi di comprendere le diverse funzioni svolte dalla struttura in periodo diversi. In origine, in epoca medievale, l’edificio fu costruito con una valenza per lo più militare, mentre successivamente, forse anche prima dell’età moderna quando ormai il territorio di Calenzano, a seguito dell’espansione fiorentina, aveva perso il ruolo di frontiera che aveva rivestito fino a quel momento, la struttura venne adibita a cappella con un uso quindi prettamente religioso. L’edificio oggi è una abitazione privata.

 

 

  1. L’Atlante delle Tecniche Murarie

Le analisi archeologiche condotte sul territorio di Calenzano hanno avuto, tra gli altr risultati la redazione di un esaustivo Atalente delle Tecniche Murarie, vale a dire un archivio, sia cartaceo che informatico, delle diverse tecniche murarie impiegate nel corso dei secoli per la realizzazione degli edifici ancora visibili sul territorio e che ebbero origine nei secoli del Medioevo.

La compilazione di un simile Atlante consente come prima cosa, di conoscere nel dettaglio le tipologie costruttive e le caratteristiche tecnioche delle murature medievali di Calenzano e del suo territorio, conoscenza imprescindibile nel caso si debbano progettare interventi di restauro che tengano conto e non vogliano obliterare le vicende costruttive e le caratteristiche edilizie degli edifici storici. È inoltre una base di partenzanecessaria anche dove si voglia calcolare il rischio sismico e impostare un piano di intervento che riuardi questo tipo di edifici.

Si tratta, inoltre, di uno strumento di alto valore scientifico, in quanto costituisce una sorta di “fossile-guida” – come le tipologie ceramiche lo sono per uno scavo – attraverso il quale poter attribuire agli edifici storici una cronologia, prima relativa e in seguito anche assoluta. Confrontando le diverse tecniche murarie impiegate all’interno di un territorio si è, infatti, in grado di documentare la presenza di maestranze di vario genere e spesso di conoscerne i committenti. È anche possibile ricostruire la successione delle diverse fasi costruttive di un edficio, attribuendole contemporaneamente ad un preciso periodo storico e alcontesto sociale, politico e culturale all’interno del quale ogni edificio venne progettato, costruito e modificato.

Si tratta, dunque, di un punto di arrivo, ma anche di uno strumento utile alla prosecuzione delle indagini e capace di delineare, attraverso un suo utilizzo sistematico e critico, i tratti del paesaggio culturale del territorio di Calenzano e dei suoi raporti con i territori confinanti ttraverso i secoli.

 

 

  1. Interventi di emergenza

In occasione dei lavori di ristrutturazione del complesso degli edifici pertinenti al Museo del Figurino Storico, e in particolare per quanto riguarda la rimozione dell’intonaco1 nel vano interno della Porta al Serraglio, è stata attuata la sorveglianza archeologica sul cantiere, in previsione della messa in luce della muratura originaria della Porta.

Durante il lavoro di rimozione dell’intonaco è effettivamente emersa una complessa stratificazione di murature medievali che documentano numerosi interventi storici evidenziati dalla presenza di una consistente serie di tipologie murarie e di tipologie di finitura dei materiali da costruzione. Tra le finiture documentate spicca una porzione di muratura interamente lavorata ad ascettino (campioni 1 e 5), uno strumento che studi recenti associano ai cantieri edilizi monumentali di XII – inizi XIII secolo. Si tratterebbe dunque della più antica struttura fortificatoria attestata nel complesso in oggetto e più in generale nell’intero sito del Castello di Calenzano. Si è ritenuto quindi necessario procedere a una lettura complessiva dei paramenti murari messi in luce al di sotto dell’intonaco.

I risultati dell’analisi stratigrafica hanno evidenziato come la struttura più antica della Porta al Serraglio fosse una porta non turrita e voltata in pietra, costruita con un apparecchiatura muraria piuttosto regolare costituita da conci di alberese squadrati e finemente regolarizzati, disposti su corsi orizzontali e paralleli. Dal lato nord la porta terminava con un pilastrino con le stesse caratteristiche costruttive; i conci del pilastrino così come le angolate sud della porta sono finiti superficialmente con un ascettino, strumento usato a Calenzano soltanto qui e nella chiesa di San Niccolò. Questa porzione di muratura, ancora ben evidente nel tratto voltato della porta coincide con quella che all’esterno, nel giardino era già stata individuata come la fase più antica della torre. Purtroppo dopo i recenti restauri non è più possibile individuare lo strumento di finitura dei conci di angolata di quest’ultima, che sono stati pesantemente sabbiati per farvi aderire l’intonaco trasparente di protezione e la malta marrone-rossastra di restauro.

Dalle ricerche precedenti, comunque i conci del paramento apparivano squadrati e finemente regolarizzati con uno strumento a punta, forse una subbia; poiché i conci della muratura interna alla volta sono state più volte sopralavorati per applicare l’intonaco, col restauro si sono perse tutte le ulteriori informazioni ricavabili dall’analisi dettagliata delle finiture dei conci e quelle che avrebbero potuto derivare dall’analisi e dal confronto delle malte antiche.

La prima redazione della Porta al Serraglio fin qui descritta è stata in parte smontata per ammorsarvi una nuova struttura, costruita sempre in conci di alberese disposti su filari orizzontali e paralleli (FASE 2). Parte di questi conci sono evidentemente di reimpiego dalle angolate della torre originaria, tagliate con andamento “a pettine” per favorire l’aggancio con la nuova struttura; si tratta, infatti, di conci di grandi dimensioni perfettamente squadrati e spianati superficialmente con un ascettino.

 

Figura 22. Campione murario 5. In alto a sinistra una raffigurazione degli strumenti di finitura utilizzati ("subbia" e "ascetttino")

A questi conci si sovrappongono altre Unità Stratigrafiche Murarie (USM ) costituite da conci squadrati, ma soltanto regolarizzati. A questa fase della porta corrispondono solo posche USM del lato Est della torre, all’interno della volta, e ad ancora meno USM sul lato ovest che è stato interessato da numerosi interventi successivi.

 

Figura 23. Campione murario 2. In alto a sinistra una raffigurazione dello strumento di finitura utilizzato ("ascettino")

La terza fase della Porta al Serraglio è costituita da un unico grande intervento di ampliamento che ha visto aggiungere il pilastro di Sud-ovest e l’intera parte inferiore dell’edificio dell’altana, costruiti in conci di alberese sbozzati e regolaizati con uno strumento a punta, probabilmente un picconcello dalla foglia piutsto piccola. Questa fase sembra riconducibile alla costruzione di un primo recinto fortificato, precedente a quello ancora visibile, intorno alla porta originaria; il nome Porta al Serraglio verrebbe così ad essere il ricordo di questa fase intermedia delle fortificazioni calenzanesi, poi obliterata dalla costruzione delle mura fiorentine.

 

Figura 24. Campione murario 3. In basso a sinistra una raffigurazione dello strumento di finitura utilizzato ("marteau tetu")

Numerosi indizi concorrono a far propendere per questa ipotesi, oltre all’analisi stratigrafica: il tipo murario di questa fase che sembra tipologicamente attriuibile ai primi del ‘300 (Borchi 2002), e l’esame della pianta dell’edificio che attualmente ospita il Museo del Figurino Storico; in corrispondenza dell’arco di ingresso alla volta del complesso della Porta al Serraglio infatti corre un muro possente (1,5 m di spessore) che non può essere considerato un tramezzo e che potrebbe costituire l’antico limite sud del Serraglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figura 25. Ipotesi ricostruttiva della Porta al Serraglio, prima e dopo la lettura stratigrafica effettuata durante i restauri.

A questa ultima fase si è poi aggiunta la ricostruzione fiorentina che ha inserito la torre del Serraglio nel più ampio circuito murario che ancora la ingloba. Si tratta dell’intervento che ha edificato il muro in grossi conci sbozzati e squadrati di alberese disposti su corsi orizzontali e paralleli, con conci di grandi dimensioni disposti su corsi ben distinti e alternati con corsi sottili di piccoli conci allungati, secondo un tipo murario già riscontrato sui prospetti delle mura che guardano all’esterno.

L’ultima fase costruttiva riscontrata sulla Porta al Serraglio è quella che ha visto il taglio delle murature di tutte le fasi precedenti per l’impostazione e la costruzione della volta in mattoni che attulamente copre il corridoio della porta e che può essere ricondotta alla costruzione del seccatoio dell’altana, in età ormai completamente moderna.

In epoca a noi molto più vicina sono stati trasformati gli ambienti fin qui descritti per trasformarli in annessi agricoli della villa Ginori, sono stati cosruite canalizzazioni per l’acqua, i muri che chiudono a est il corridoio attuale e sono state aperte, e poi ritamponate, aperture create nelle murature antiche per mettere in comunicazione i vari ambienti produttivi.

 

 

 

  1. Lo scavo di Poggio Uccellaia (CPU 5400)

Ricordato nel 1164 tra i beni confermati dall’imperatore Federico I Barbarossa ai conti Guidi il castrum sive castellare de Trivalle, ormai ‘decastellato’ è citato nuovamente nel 1225 quando la famiglia dei Della Tosa ne cede la proprietà al Comune di Firenze, in cambio di mille libbre di buoni danari pisani (Santini, Documenti dell’antica costituzione del Comune di Firenze, Firenze, 1952, pp. 195-206 in Lamberini, Calenzano e la Val di Marina, 1987, Comune di Calenzano, pp.149-150). Gli abitanti dell’antico distretto castrense sono tuttavia ancora tenuti a una qualche forma di presidio dell’antico caposaldo guidingo nel 1260, secondo le disposizioni del comune di Firenze, in caso di chiamata dell’exercitus, sebbene ormai la sua funzione sia piuttosto collegata al ruolo di retroguardia delle difese del castrum di Combiate, il punto forte di Firenze allo sbocco del valico appenninico in direzione di Calenzano.

 

Figura 26. La torre.

La campagna si è aperta nel 2006 con la rimozione dello strato di humus superficiale che ricopriva tutta l’area intorno alla torre, della quale era visibile soltanto l’interno in quanto già scavato prima dell’intervento degli archeologi. Nel corso di diverse campagne (2006-2008) la torre è stata messa in luce su due lati e ha mostrato fin da subito una muratura di altissima qualità, in conci di alberese squadrati e spianati, legati da una malta eccezionalmente aderente e tenace; la fondazione, sempre in conci squadrati, si basa su una fossa scavata direttamente nel banco naturale di alberese per almeno una quindicina di centimetri. Vicino alla torre e parallelo al suo lato corto (lato nord-est) corre un secondo muro, costruito in almeno tre fasi diverse e con diverse tecniche costruttive, per lo più molto sommarie rispetto a quelle della torre; appoggiato ad entrambi i muri è stato rinvenuto un lastricato pavimentale, probabilmente un’area aperta che circondava la torre stessa, segno distintivo dell’area signorile del castello, forse identificabile con una vera e propria piazza dotata di un proprio sistema di canalizzazione e scolo delle acque.

 

AREA 2 (Sud)

 

Figura 27. Il lastricato dell'area signorile e il sistema di canalizzazione.

La sequenza stratigrafica segnala come la torre e il muro ad essa adiacente siano pressoché contemporanei, dal momento che ogni altro strato scavato si appoggia ad entrambi; l’unica fase che li separa è quella che ha visto la regolarizzazione del banco roccioso naturale su cui sorge il sito, realizzato come un piano di calpestio in argilla pressata su cui appoggiare la lastricatura sopra nominata. Questo intervento è, infatti, posteriore alla torre, ma precedente alla fase principale del muro ad essa parallelo – vi è infatti una prima fase di questo muro che sembra essere contemporanea alla torre, ma che deve essere ancora finita di scavare; dai vari strati di argilla compatta che costituiscono questo calpestio provengono la maggior parte dei frammenti ceramici rinvenuti durante lo scavo stratigrafico.

La ceramica rinvenuta durante le operazioni di scavo non è numerosissima, ma il suo studio, effettuato dal laboratorio ceramico di Archeologia Medievale, ha rivelato come sia stata realizzata con due impasti: uno più grezzo con inclusi argillosi di medie dimensioni, l’altro, invece, più depurato con microinclusi (tutte le informazioni sono tratte da analisi autoptiche). Un caso a parte è rappresentato dai testelli, la cui osservazione ha dimostrato l’impiego di un impasto, diverso dai precedenti: ricco di calcinelli e miche di medie e grandi dimensioni per la realizzazione del fondo del manufatto. Questa particolarità tecnica serviva a rendere il vaso resistente all’esposizione diretta e continuata al fuoco. Sono stati rinvenuti anche numerosi frammenti di materiale fittile per la costruzione (laterizi, pianelle, coppi ed embrici). L’omogeneità nella cottura indica probabilmente un alto standard qualitativo.

 

Figura 28. Alcuni esempi della ceramica di Poggio Uccellaia.

La produzione ceramica rinvenuta è caratterizzata da una notevole percentuale di forme chiuse (olle, boccali, ansate, chiuse generiche) rispetto alle forme aperte (paioli, catini, tegami, testi, aperte generiche). La maggior parte dei frammenti appartiene ad olle, testi e paioli. I confronti effettuati hanno mostrato analogie con altre produzioni toscane di XII-XIII secolo (Ascianello, Firenze, Prato, Pistoia).

 

Figura 29. Il grafico delle diverse forme ceramiche rinvenute in corso di scavo.

Per concludere, i reperti di Poggio Uccellaia sono quasi totalmente caratterizzati dall’assenza di rivestimenti e da una produzione omogenea di alta qualità e discretamente standardizzata. Queste ceramiche si inseriscono perfettamente in un contesto basso medievale toscano che inizia nel primo XII secolo e termina entro la metà del XIII, quando ancora si usavano ceramiche acrome sia per la mensa che per la conservazione e la cottura degli alimenti. Soltanto nella seconda metà del XIII secolo, infatti, cominceranno ad essere utilizzate sulle mense medievali ceramiche smaltate, ma il sito di Poggio Uccellaia era probabilmente già abbandonato.

Al termine della terza campagna sul sito di Poggio Uccellaia è stato possibile notare come la torre, che sembrava conservata solo parzialmente, sia in realtà conservata quasi per intero (probabilmente per intero) al di sotto del piano attuale di campagna e che si tratta di una struttura di dimensioni notevoli, eseguita con una tecnica muraria di pregio. Le tecniche murarie adottate per la sua costruzione, infatti, testimoniano l’attività di un cantiere specializzato, che ha visto la costruzione della torre e, quasi contemporaneamente, della prima fase del muro ad essa parallelo. Un cantiere dunque, di ampio respiro, che sembra rispondere ad un progetto insediativo preciso e, contemporaneamente, ad esigenze di una veloce edificazione del nucleo centrale del castrum senza rinunciare ad una elevata qualità del manufatto finale.

Una seconda fase, probabilmente non molto posteriore alla prima, potrebbe aver visto la parziale ricostruzione del muro parallelo alla torre e la lastricatura dell’area intorno ad essa, seguita ad una sistemazione del sistema di deflusso delle acque dall’area sommitale del sito. In questa seconda fase potrebbe essere avvenuta la lastricatura dell’area aperta intorno alla torre, nell’ambito di una sistemazione generale della parte signorile dell’insediamento.

Una conferma ulteriore, dunque, all’interpretazione del sito di Poggio Uccellaia come castello di una certa importanza, all’interno dei domini di una grande famiglia comitale come quella dei Guidi.

Un’ulteriore conferma a questa ipotesi deriva dalla lettura del rilievo planimetrico delle strutture interrate del castello eseguito dal CNR di Montelibretti. Si può notare infatti come la struttura a cerchie concentriche con una torre centrale corrisponda a quella di molti castelli di antica fondazione. La seconda cinta muraria comprende un’area di 4000 m2, un’area quindi non sufficiente per un vero e proprio centro di aggregazione demica, ma notevole per un avamposto di controllo della viabilità.

La ceramica rinvenuta durante lo scavo sembrare inoltre confermare l’arco cronologico di riferimento per il Castrum de Trivalle, si tratta infatti di sola acroma, per la maggior parte grezza, che sembra corrispondere con l’ipotesi di trovarsi sul sito di un castello già abbandonato alla metà del XIII secolo.

 

 

  1. Conclusioni e prospettive

Le indagini del progetto “Calenzano e il suo territorio nel Medioevo. Indagini archeologiche.”hanno interessato, nei cinque anni in cui si sono svolte, diversi aspetti del territorio calenzanese: l’assetto viario, il popolamento e la sua evoluzione a partire dal XII secolo fino alla grande stagione della mezzadria, i metodi costruttivi e le caratteristiche di gran parte dei suoi edifici meglio conservati.

Attraverso i dati raccolti è stato possibile individuare nei conti Guidi i primi attori medievali del palcoscenico calenzanese. Essi per primi, infatti, modificarono il paesaggio in funzione del controllo della viabilità costruendo torri e castelli nei punti chiave degli itinerari viari: nella valle di Legri, passaggio privilegiato e sorvegliato per i loro possedimenti, e a Poggio Uccellaia, da dove potevano controllare non tanto la Barberinese, ma le vie della pina e, soprattutto, la pieve di San Donato, edificio fortificato che ricadeva, in quanto edificio religioso, sotto l’influenza di uno dei loro maggiori rivali, il vescovo fiorentino.

L’episcopato fiorentino, con i suoi grandi possedimenti fondiari in Val di Marina, nella valle di Legri e sulla Calvana – che controllava attraverso i beni di San Miniato al Monte - può, infatti, essere considerato il regista occulto delle prime e più antiche fasi della conquista cittadina del contado, conquista che poi dispiega evidentemente la sua strategia per così dire incruenta tra la fine del XII e la metà del XIII secolo.

Le analisi di archeologia dell’architettura svoltesi al castello di Calenzano e a Collina e l’incrocio dei dati ottenuti con le fonti documentarie, infatti, dimostrano come la città acquisì il controllo del territorio calenzanese mediante il progressivo e massiccio acquisto di beni immobili – edifici e poderi – da parte degli appartenenti al suo ceto dirigente e sostituendosi de facto prima ancora che de iure agli antichi signori del luogo.

Le vicende storiche di Firenze si rifletterono da quel momento sulla fisionomia del castello di Calenzano e del suo territorio fino a tempi anche molto recenti: il castello fu oggetto delle incursioni che colpirono il contado fiorentino da parte dei suoi nemici e delle grandi ricostruzioni volute proprio dalla Repubblica Fiorentina che diedero alle sue mura l’aspetto che ancora oggi vediamo e ammiriamo. La mezzadria, il sistema economico di gestione del patrimonio fondiario introdotto proprio dalla proprietà cittadina, modificò in modo indelebile i suoi colli e le sue valli, restringendo le aree boschive a favore della coltivazione dell’ulivo e della vite e punteggiandole di coloniche e di ville signorili e lussuose.

La storia del rapporto tra Calenzano e Firenze non si chiude con i primi secoli dell’età moderna, tanto che le mura di cinta del castello portano ancora i segni della cannonata che le attraversò, probabilmente in concomitanza con l’arrivo dell’esercito napoleonico e del nuovo assetto politico che ancora è testimoniato dall’antico edificio comunale sul Chiosina.

Non possiamo nemmeno dimenticare i danni subiti durante l’ultimo conflitto mondiale, che vide bombardata la casa-torre-cappella della piazzetta del castello e la costruzione dei nidi di  mitragliatrice sul colle di Poggio Uccellaia.

L’archeologia ha quindi permesso di cominciare a conoscere meglio e più a fondo le vicende storiche di Calenzano e di sottolineare le specificità del suo territorio, così da poter restituire ai “legittimi proprietari” che ancora lo abitano il senso più profondo di ciò che ancora essi vedono e vivono ogni giorno. Non è da sottovalutare poi il valore scientifico dei risultati ottenuti, che si inseriscono a pieno titolo nella lunga tradizione di studi sulla città di Firenze e sulla sua “conquista del contado”, illuminando però per la prima volta un’area a torto considerata marginale e, in parte, dimenticata.

Il progetto “Calenzano e il suo territorio. Analisi archeologiche” ha contribuito a rinnovare l’immagine di Calenzano, spesso limitata agli aspetti della recente industrializzazione, e a restituirne una di qualità nuova, sia dal punto di vista storico-culturale che da quello dell’eccellenza scientifica. Ha inoltre rinsaldato il rapporto tra gli abitanti del suo territrio, in particolar modo quelli che hanno incontato direttamente lo staff dell’Università, e la tradizione e la storia del territorio stesso.

La prosecuzione ulteriore delle indagini potrebbe continuare questo percorso virtuoso e rinsaldare ulteriormente il rapporto tra Calenzzano e i suoi abitanti. In quest’otica sarebbe auspicabile un coinvolgimento delle Scuole e delle Associazioni di Calenzano - ad esempio sullo scavo di Poggio Uccellaia - e in una collaborazione paritaria e fruttuosa con il Gruppo Didattico del Museo per consentire alle Scuole di poter impostare un programma didattico annuale di studio e conoscenza del territorio attraverso l’archeologia.

Lo scavo strtigrafico di Poggio uccellaia potrebbe, infatti, divenire un vero e proprio polo di scambio culturale, dove i cittadini calenzanesi possano contribuire direttamente alla ri-costruzione della storia del loro territorio, attraverso l’apertura dello scavo anche a soggetti esterni, scuole e privati (dietro piccolo pagamento). Sarebbero inoltre da organizzare visite guidate a scavo aperto da pubblicizzare sul sito del Comune e del Museo, pubblicizzate sia dal Comune che dall’Università. Tutto questo potrebbe rientrare a pieno titolo nell’inserimento dello scavo all’interno del Parco Ambientale di Travalle che prevedesse anche un progetto di restauro del sito (murature ecc...) e della sua “musealizzazione” considerando che la fruizione dovrà avvenire a scavo in corso, quindi non potrà essere completa, e a volte a scavo aperto, quindi con problemi di sicurezza ecc...

Sempre nell’ottica di un coinvolgimento più pieno della cittadinanza potrebbe essere prevista una comunicazione breve dei risultati e dei problemi dello scavo alla fine di ogni anno di  campagna, in Comune e/o al Museo, su riviste scientifiche, su riviste divulgative (come Archeologia Viva/Medioevo/ecc...) e su quotidiani locali in collaborazione con l’Ufficio Stampa  del Comune d Calenzano.

La collaborazione con il Gruppo Didattico del Museo, oltre a portare l’archeologia del territorio nelle scuole potrebbe dunque portare alla realizzazione di percorsi turistici storico-ambientali e all’evoluzione e al ri-allestimento del centro di documentazione che potrebbe prevedere con pannelli sullo scavo, la  pubblicazione dei risultati delle indagini di archivio sui documenti inediti relativi al territorio in questione e un powepoint coi risultati generali e dell’anno in corso, pubblicati anche sul sito web del Museo con una breve comunicazione.

Giusto coronamento di questa nuova e più stretta collaborazione tra le diverse strutture del territorio calenzanese dovrebbe essere l’organizzazione a Calenzano di una giornata di studi annuale sull’archeologia/archeologia dell’architettura e di una giornata di studi sull’Archeologia Ricostruttiva in collaborazione con il Museo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Guido Vannini)


INDICE DELLE FIGURE

Figura 1. La Torre e il Torraccio di Collina. 5

Figura 2. Il castello di Legri e la via fortificata. 7

Figura 3. Planimetria del CA2 con la suddivisione dei corpi di fabbrica. 9

Figura 4. La tipologia muraria della fase più antica delle mura sud e della Portaccia. 9

Figura 5. I residui della muratura di seconda fase nelle mura meridionali. 10

Figura 6. La tipologia costruttiva a bozzette nelle mura meridionali e in quelle occidentali. 11

Figura 7. I moduli costruttivi della fase di cantiere con i conci di dimensioni medio grandi. 11

Figura 8. Alcune delle finestre di età moderna e la loggetta settecentesca. 12

Figura 9. La fasizzazione del CA2, CF3, PP1. In blu i resti della fase I; in rosso quelli fase II. 13

Figura 10. Il prospetto del gruppo di case a ovest di Via del Castello. 14

Figura 11. La pianta dell'isolato del 'Palazzetto Pretorio' - CA4, con la suddivisione in corpi di fabbrica (CF) e i prospetti analizzati. 16

Figura 12. L'angolata in grossi conci visibili all'esterno (PP5) e all'interno (PP7) del CF3. 17

Figura 13. Il paramento murario di Fase II, con i resti dell'apertura che dava sul Prato. 17

Figura 14. L'arco del CF3 all'esterno e all'interno del grande cortile del CA4. 18

Figura 15. Il  CF6 e le sue due scarpe. Evidenziati i tagli per agganciarvi l’edificio del CF 10 e il contrafforte. 20

Figura 16. Pianta e prospetto laterale della chiesa di San Niccolò con l'indicazione dei diversi corpi di fabbrica che la costituiscono. 21

Figura 17. La pianta dell'arco di 'Sotto i Santi' e l'indicazione dei prospetti indagati. 21

Figura 18. Planimetria dell'edificio in via del castello, 15/17 con indicazione dei prospetti analizzati. 23

Figura 19. Il paramento della prima fase costruttiva.. 23

Figura 20. La tessitura muraria di seconda fase. 24

Figura 21. Il portalino del PP1. 25

Figura 22. Campione murario 5. In alto a sinistra una raffigurazione degli strumenti di finitura utilizzati ("subbia" e "ascetttino") 27

Figura 23. Campione murario 2. In alto a sinistra una raffigurazione dello strumento di finitura utilizzato ("ascettino") 28

Figura 24. Campione murario 3. In basso a sinistra una raffigurazione dello strumento di finitura utilizzato ("marteau tetu") 28

Figura 25. Ipotesi ricostruttiva della Porta al Serraglio, prima e dopo la lettura stratigrafica effettuata durante i restauri. 29

Figura 26. La torre. 30

Figura 27. Il lastricato dell'area signorile e il sistema di canalizzazione. 31

Figura 28. Alcuni esempi della ceramica di Poggio Uccellaia. 31

Figura 29. Il grafico delle diverse forme ceramiche rinvenute in corso di scavo. 32

 



[1] BELLOMETTI R.2004, Signori della strada: archeologia e storia del paesaggio medievale nella valle di Legri, tesi di laurea presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, relatore prof. G. Vannini, a.a. 2003-2004;

 

[2] La soglia attuale non è originale, ma è stata rimontata con pezzi di riutilizzo quando è stato rialzato di circa 50 cm il piano stradale durante il XIX sec.

[3] Questo cambio di funzione dell’edificio sarebbe confermato dalla presenza di un affresco datato 1350 presente sul prospetto interno  di PP2, a destra della finestra tutt’oggi in uso.

[4] Va detto che anche la chiesa di San Niccolò nel castello e altre nel territorio, come quella di Cavagliano, presentano in facciata delle feritoie, ma sono più alte e strette rispetto a quelle presenti nell’edificio in Via del Castello e quindi non tipologicamente assimilabili. Si può forse pensare per questi casi a maestranze itineranti che operano nel territorio lasciando una sorta di “firma”stilisticamente riconoscibile.

 

 

Calenzano e il suo territorio nel medioevo.

Analisi archeologiche

 

 

Relazione delle attività sul campo

Stagione 2009

 

 

 

 

Cattedra di

Archeologia Medievale

Dipartimento di Studi Storici e Geografici


 

 

 

 

 

 

INDICE

 

Introduzione.............................................................................................................................................................................. 3

1   Le analisi territoriali: il frutto delle campagne 2005 – 2008...................................................................... 4

1.1.1    Collina: due torri a guardia della strada.......................................................................................................... 4

1.1.2    La valle di Legri: una strada fortificata e un granaio per Firenze..................................................................... 6

2   Archeologia dell'architettura al castello di Calenzano Alto................................................................ 7

2.1      Il Borgo di Sotto (CA2)......................................................................................................................................... 8

2.1.1     La Portaccia e le mura est.............................................................................................................................. 8

2.1.2     Gli edifici a ovest di Via del Castello........................................................................................................... 13

2.2      L’isolato del Palazzetto Pretorio (CA4)............................................................................................................. 15

2.2.1     Un antico edificio sulla piazza del Prato...................................................................................................... 15

2.2.2     La grande struttura muraria su Via del Castello........................................................................................... 19

2.3      La chiesa di San Niccolò.................................................................................................................................... 20

2.4      Torre o cappella? L’edificio in Via del castello, 15/17 (CA6)............................................................................ 22

3   Interventi di emergenza................................................................................................................................................ 26

4   Lo scavo di Poggio Uccellaia (CPU 5400)............................................................................................................... 29

5   Conclusioni e prospettive............................................................................................................................................. 33

 


 

 

 

 

 

 

Introduzione

Al termine di cinque anni di studio da parte dello staff della cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Firenze, il territorio di Calenzano mostra ai suoi abitanti e agli studiosi una fisionomia composita e complessa. Le vicende storiche che nel corso dei secoli lo hanno interessato hanno infatti lasciato segni materiali ancora ben visibili e che, indagati dallo sguardo competente dello studioso, possono oggi essere mostrate anche a quello interessato del pubblico più attento.

Il progetto di ricerca “Calenzano e il suo territorio nel medioevo. Analisi archeologiche.” si prefiggeva come scopo la documentazione delle tracce materiali degli eventi storici attraverso lo studio di contesti medievali e mediante l’interpretazione delle tracce della produzione materiale presenti a Calenzano, fossero essi strutture murarie conservate in elevato oppure frammenti ceramici recuperati in scavo o durante ricognizioni effettuate sul territorio stesso.

L’integrazione tra i dati raccolti sul campo e le fonti documentarie, unita all’elaborazione archeo-informatica dei dati stessi ha consentito di gettare nuova luce sui processi insediativi e sociopolitici che hanno contribuito a formare l’immagine attuale del territorio calenzanese.

Il territorio di Calenzano si presentava fin dall’inizio come un’area estremamente interessante poiché si era trovata ben presto al centro dei conflitti tra il comune fiorentino e la potente famiglia comitale dei Conti Guidi per il controllo del territorio e degli itinerari viari che conducevano verso il mare e oltre l’Appennino verso la Romagna e il nord Italia. La caratterizzazione di questo territorio come “area di strada”, chiara fino dall’ avvio delle indagini ha portato ad impostare l’analisi territoriale sulle ‘linee di attraversamento’, e ne ha quindi costituito la matrice strutturale e lo schema teorico.

Alcuni settori del territorio, morfologicamente omogenei e/o che si erano configurati, nel medioevo, come vere e proprie sub-regioni, e in cui è stato possibile osservare (come in un microcosmo) le dinamiche storiche che hanno più in generale interessato l’intero comprensorio calenzanese sono stati indagati su molteplici livelli di approfondimento e hanno consentito di ottenere informazioni di ampio respiro quanto puntuali e interessanti anche a livello locale.

Uno di questi settori è la valle di Legri, una delle aree meno urbanizzate e quindi meglio conservate dell’intero territorio calenzanese, l’altro è stato individuato nell’abitato di Calenzano alto, che conserva i resti del medievale castello di Calenzano. Analisi ad ampio raggio hanno poi riguardato la parte più vicina della Val di Marina e la Calvana.

I dati raccolti attraverso queste indagini hanno contribuito ad individuare il sito del castellare de Trivalle, il castello dei conti Guidi che, già scomparso alla metà del duecento, dovrebbe rappresentare l’esempio tipico di un castello signorile a protezione della viabilità. In questo sito nell’anno 2006 sono iniziati i lavori di scavo che hanno portato fin’ora all’individuazione in pianta della topografia generale del sito, con due cinte murarie, e ad una prima ipotesi sulla struttura urbanistica dell’area signorile del castello, situata all’interno della prima cinta muraria.

 

  1. Le analisi territoriali: il frutto delle campagne 2005 – 2008

Il comune di Calenzano si estende in gran parte sulle colline e nelle valli a nord della piana fiorentina, valli che fino dall’antichità ebbero la funzione di vie di comunicazione verso nord e colline che ancora oggi si mostrano così come le ha trasformate il grande fenomeno economico e di gestione del territorio che ha origine proprio al declinare del Medioevo: la mezzadria. Valli e colline comunque sempre fertili e da sempre coltivate, punteggiate da abitazioni coloniche che spesso nascondono al loro interno le tracce di antiche dimore fortificate, poste a guardia dei poderi e delle strade.

L’archeologia dei paesaggi è dunque fondamentale per capire le origini e gli sviluppi di tutto ciò che concorre a formare il paesaggio calenzanese, per meglio comprenderlo, viverlo e tutelarlo.

 

1.1           L’archeologia dei paesaggi: per una conoscenza del popolamento medievale attraverso la manipolazione umana del territorio.

Come abbiamo già detto l’analisi territoriale è partita dallo studio della viabilità e di quelle strutture che ad essa facevano riferimento. Durante queste analisi sono stati approfonditi i contesti archeologici di Collina e della Valle di Legri.

1.1.1        Collina: due torri a guardia della strada.

Le due torri di Collina, la Torre e il Torraccio (o Torraccia) sono state oggetto di ricognizione e successivamente di studio a partire dal 2004, in concomitanza con la stesura della tesi di laurea in Archeologia Medievale “Il castello di Calenzano e l’egemonia fiorentina. Una lettura archeologica” (Torsellini 2007), ma i risultati di questa prima indagine sono stati continuamente rivisti e re-interpretati alla luce dei nuovi dati provenienti dall’indagine territoriale più ampia, partita con questo progetto, in particolar modo per quanto riguarda la redazione di un Atlante delle Tecniche Murarie che documenta tutte le tecniche costruttive medievali (e post-medievali) riscontrate durante l’analisi stessa.

Se fino dall’inizio le torri avevano dimostrato la loro importanza come dimore fortificate a controllo della viabilità e rivelato come la strada più antica per il nord passasse da Legri, guardata dalla Torre di Collina, e venisse più tardi largamente sostituita dalla via di fondovalle pressoché ricalcata dall’attuale Barberinese, sotto lo sguardo vigile del Torraccio.

 

Figura 1. La Torre e il Torraccio di Collina.

La Torre di Collina nacque, infatti, come dimora fortificata, con feritoie e apparati a sporgere, per controllare i transiti che da San Donato, pieve altrettanto fortificata, valicavano il crinale proprio a Collina e proseguivano attraverso Legri per San Giovanni in Petroio e il  Mugello. In seguito, dopo un disastroso terremoto e soprattutto dopo che Firenze ebbe definitivamente il controllo del territorio calenzanese, divenne piuttosto una dimora più consona alla dimora al centro dei propri poderi di un ricco proprietario cittadino, e adatta anche a poter ospitare le grandi quantità di derrate alimentari che il podere produceva per il proprio proprietario nonché eventuali viaggiatori che ancora percorressero l’antica via per Legri.

Il Torraccio, invece, ha una storia opposta,ma altrettanto esemplare: costruito più tardi della Torre, nasce come centro del proprio podere, anche se con caratteristiche turrite, da status symbol in pietra, con ampie finestre ben realizzate ed eleganti portalini su più lati. Nel corso del Trecento però, quando fu grande il bisogno di controllare la strada che dal nord dava accesso alla piana fiorentina per impedire le scorrerie delle compagnie di ventura al soldo dei nemici di Firenze, il proprietario del Torraccio, membro probabilmente della classe dirigente cittadina, lo fa fortificare fino a trasformarlo in un vero e proprio ridotto militare, come lo si vede ancora nelle Piante dei capitani di parte Guelfa.

Nel corso degli ultimi anni i dati raccolti durante le analisi di archeologia dell’architettura condotte su questi due edifici sono stati messi a confronto con quelli dell’Atlante delle Tecniche Murarie in via di formazione e i risultati ottenuti hanno innanzitutto confermato come le caratteristiche costruttive delle due torri potessero essere inserite nell’ambito della committenza fiorentina. Ulteriori confronti con altri edifici di simile consistenza, per conservazione, dimensioni e importanza, in territori vicini come quello di Sesto Fiorentino, hanno inoltre consentito di confermare per entrambe, una committenza di ambito vescovile, come suggerito dal Repetti (REPETTI E. e., Dizionario geografico fisico e storico della Toscana, voll I-IV, Firenze 1833-46, (rist anastat. FI, 1976), vol I, p.775).

Questa acquisizione è stata di fondamentale importanza per rielaborare anche i dati ottenuti dall’analisi territoriale e dagli approfondimenti di archeologia dell’architettura svoltisi nella vicina valle di Legri e per interpretare alcuni aspetti del caratteristici del territorio calenzanese, come l’assenza di fondazioni monastiche e per giustificare ulteriormente il fatto che, da parte di Firenze, l’acquisizione di questo a danno dei conti Guidi avvenne “senza colpo ferire”.

Ne risulta, infatti, rinforzato il ruolo che il vescovato fiorentino e le sue proprietà ebbero all’interno di tutto il territorio di Calenzano, che possono a buon diritto essere considerate il nucleo iniziale da cui Firenze partì, qui come altrove, alla conquista del proprio contado.

1.1.2         La valle di Legri: una strada fortificata e un granaio per Firenze.

Le analisi svolte nel 2005 in concomitanza con la tesi di laurea Signori della strada: archeologia e storia del paesaggio medievale nella valle di Legri[1], avevano preso in esame la struttura insediativa e viaria della valle di Legri nel medioevo, con una schedatura di tutti gli edifici che conservassero tracce di murature medievali e dei rapporti di questi tra loro e tra ognuno di essi e la viabilità antica ed attuale. Un approfondimento particolare, basato su un’attenta analisi archeologica delle strutture murarie, era stato dedicato al castello e alla pieve di Legri, presi come campione da utilizzare come traccia per interpretare l’analisi territoriale.

Da questi studi era emerso come il castello di Legri conservasse ancora molto delle strutture murarie originarie, anche se parzialmente nascoste dalle superfetazioni successive, o più semplicemente inglobate in nuovi edifici con diverse funzioni. In particolare era emerso come le strutture più antiche fossero da considerarsi l’alta torre in alberese e l’Oratorio di San Pietro, che addirittura doveva essere considerato come il riadattamento dell’antico palatium dei conti Guidi. I confronti operati con la Pieve avevano consentito di attribuire l’edificazione del castello al XII secolo e alle stesse maestranze che avevano operato nella cripta della pieve stessa.

Le tecniche murarie campionate in questi due contesti di riferimento, messe a confronto con i dati raccolti lungo la valle, avevano contribuito a ricostruire un contesto archeologico di enorme valore, consentendo di individuare il probabile tracciato dell’antica strada medievale per il Mugello e di marcarne il carattere evidentemente militare di “via sorvegliata”. Hanno reso possibile, infatti, l’identificazione di numerose torri che, costruite da un’unica volontà e dalle stesse maestranze, dimostravano la volontà dei Conti Guidi di sorvegliare questo corridoio fortificato che attraverso il territorio fiorentino, collegava i loro possedimenti.

Negli anni 2008 – 2009 ulteriori approfondimenti svolti sulla pieve di Legri hanno trovato interessanti confronti tra le tecniche murarie del castello di Legri e quelle di ambiente vescovile riscontrate a Firenze e a Sesto Fiorentino e hanno consentito di inserire la signoria guidinga e la sua strada fortificata nel complesso scenario della lotta per il potere nei secoli che vanno dalla fine della marca di Tuscia alla piena età comunale.

 

 

Figura 2. Il castello di Legri e la via fortificata.

É finalmente chiaro, infatti, che se i conti Guidi erano i proprietari della « ... quarta pars castelli de Ligri …» (M.G.H., Diplomata,Tomo X, voll2, 462) la costruzione vera e propria di esso doveva essere stata portata a termine dalle maestranze al soldo dell’altro proprietario che, visti i dati raccolti, era con ogni probabilità, il vescovo fiorentino. Questa acquisizione getta una nuova luce sui rapporti tra il vescovato fiorentino e la famiglia comitale guidinga: acerrimi rivali in politica e dove i loro interessi erano in palese e stringente conflitto, alleati o quanto meno neutrali dove le forze reciproche non consentivano che l’uno – forte di numerosissime proprietà fondiarie – e gli altri – con la loro preponderante forza militare – potevano prevalere con certezza. Si associa inoltre con i dati raccolti a Collina per giustificare il passaggio incruento di Calenzano e del suo territorio nelle mani del Comune fiorentino.

Il frutto di questa transizione è ancora visibile nella struttura attuale del paesaggio della Val di Marina e della Valle di Legri, dove grandi tenute si alternano a tanti poderi, coltivati a viti ed olivi, così come lentamente venne in uso a partire dal Trecento, quando i proprietari cittadini, magari anche originari di quest’area, vennero a “conquistare” i fertili terreni ricchi di acqua di queste due valli e ad impiantarvi la mezzadria, ovvero il sistema economico che le ha governate fino ad anni molto recenti.

Un’ulteriore conferma di questa modalità di transizione, diciamo così, pacifica, insieme con quella dell’importanza strategica ed economica del territorio calenzanese e del suo maggiore centro di aggregazione è venuta dalle analisi di archeologia degli elevati condotte sistematicamente proprio all’interno del castello di Calenzano.

 

  1. Archeologia dell'architettura al castello di Calenzano Alto

Nel corso dei cinque anni di lavoro, il castello di Calenzano Alto è stato analizzato secondo i metodi dell’archeologia dell’architettura relativamente a tutti gli edifici accessibili dal suolo pubblico; nel caso di proprietà private ci si è limitati allo studio dei soli prospetti esterni.

Le analisi archeologiche hanno consentito di gettare nuova luce sulla topografia medievale del castello e su aspetti significativi delle vicende storiche che lo hanno visto protagonista.

In particolare lo studio delle strutture militari ha permesso di comprendere non solo l’evoluzione dei sistemi difensivi del borgo fortificato, ma anche e soprattutto di entrare nel dettaglio delle dinamiche socio-politiche che portarono al definitivo controllo del territorio di Calenzano da parte del Comune di Firenze nel corso del XIII secolo a scapito della signoria dei Conti Guidi.

L’analisi degli isolati della chiesa di San Niccolò e del cosiddetto ‘Palazzetto Pretorio’ ha inoltre sollevato interessanti interrogativi sull’organizzazione urbanistica del castello precedente alla ‘conquista fiorentina’. La presenza di una sequenza stratigrafica di corpi di fabbrica leggibile sul fianco Sud della chiesa e la coincidenza di precisi aspetti strutturali e tipologici tra quest’ultimo e il prospiciente prospetto laterale del ‘Palazzetto Pretorio’ ha infatti suggerito un plausibile andamento della scomparsa cinta muraria duecentesca. Questi elementi hanno reso necessaria una nuova ipotesi di assetto urbanistico per la parte sommitale dell’abitato del borgo nei secoli XII e XIII.

Da questi presupposti hanno preso l’avvio le analisi archeologiche di quest’anno. È stato infatti completato lo studio dell’isolato urbano della Portaccia e di quello del ‘Palazzetto Pretorio’, sono stati inoltre presi in esame i prospetti esterni dell’edificio in Via del castello, 15/17 e quelli visibili al di sotto dell’arco di ‘Sotto i Santi’.

2.1          Il Borgo di Sotto (CA2)

Le analisi condotte negli anni precedenti e durante lo svolgimento di una tesi di laurea (L. Torsellini, Il castello di Calenzano e l’egemonia fiorentina. Una lettura archeologica – a.a. 2003) avevano reso possibile incrociare i dati archeologici con le fonti documentarie fino ad identificare sulla tessitura muraria della Portaccia le tracce di precisi interventi storici. In  particolare sono stati riconosciuti i segni materiali dell’assedio di Castruccio Castracani, che hanno permesso di inserire l’intero palinsesto murario della torre all’interno di una cronologia assoluta piuttosto precisa.

Rimanevano però da analizzare tutti gli edifici addossati alla torre in modo da chiarire le modalità di sviluppo dell’intero complesso architettonico e di tutta l’area meridionale del castello.

2.1.1          La Portaccia e le mura est

Le ricerche hanno riguardato innanzitutto una porzione delle mura di cinta, oggi inglobate negli edifici civili che costituiscono attualmente il limite meridionale del borgo fortificato. L’analisi archeologica del paramento murario esterno, l’unico analizzabile, ha mostrato come l’attuale suddivisione in corpi di fabbrica non rispetti quello originario che è stato invece possibile recuperare attraverso gli strumenti dell’archeologia del’architettura.

L’analisi stratigrafica di tutti i prospetti esterni (PG1=CF3-PP2, CF5-PP1, CF6-PP2) ha potuto riscontrare la presenza di almeno sei diverse fasi costruttive che comprendono tutti i secoli dal XIII fino agli anni più recenti.

La prima fase è rappresentata da una porzione di paramento murario addossato direttamente alla torre e pesantemente rimaneggiato, soprattutto da un restauro molto invasivo dei giunti e dei letti, tale da rendere poco chiari perfino i rapporti di appoggio con la torre della Portaccia.

 

 

Figura 3. Planimetria del CA2 con la suddivisione dei corpi di fabbrica.

Nonostante una visibilità piuttosto compromessa, l’apparecchiatura muraria sembra essere accostabile a quella della fase più antica della Portaccia, attribuita alla prima metà del XIII secolo. Si tratta, infatti, di conci sbozzati e squadrati di alberese bianco, di medie dimensioni, disposti su corsi sub orizzontali e paralleli, prevalentemente per orizzontale.

 

Figura 4. La tipologia muraria della fase più antica delle mura sud e della Portaccia

Ad una seconda fase costruttiva possono essere attribuite due piccole porzioni di paramento murario rimaste isolate all’interno del prospetto a causa dei numerosi e ripetuti interventi subiti dall’edificio dopo la sua defunzionalizzazione. Non è quindi possibile stabilire quale fosse esattamente la funzione di questa seconda fase che però può essere legata all’intervento di notevole consistenza che trasformò la Portaccia in una torre a cortina. Per quanto riguarda quest’ultima la fase in questione è stata attribuita ai primi anni del XIV secolo, poiché è stata distrutta durante l’assedio castrucciano del 1325; per analogia dunque potrebbe essere datata agli inizi del 1300 anche la seconda fase delle mura meridionali del borgo.

 

Figura 5. I residui della muratura di seconda fase nelle mura meridionali.

A seguito della distruzione seguita all’assedio del 1325 le fonti ci dicono che il castello di Calenzano rimase a lungo privo di difese, fino a quando, nel 1363, la Repubblica Fiorentina decise di ricostruire l’intera cinta muraria. A questa fase di fine XIV secolo può essere attribuita la maggior parte dei paramenti murari degli edifici che attualmente inglobano l’antica cinta difensiva nella parte meridionale del castello.

Come già riscontrato durante l’analisi delle altre porzioni delle antiche mura, anche questa mostra di essere stata costruita da diversi gruppi di maestranze che hanno lavorato contemporaneamente. È infatti evidente come siano presenze tessiture murarie diverse, ma legate tra loro con agganci verticali “ a pettine” che ne dimostrano l’effettiva contemporaneità.

Una parte delle mura (CF 6 – PP2 – USM 228) è infatti costruita in bozzette di piccole dimensioni e di forma sub-quadrata sia di calcare alberese che, in misura molto minore, di arenaria e travertino, disposte su corsi orizzontali e paralleli e intervallate da rari conci in alberese disposti per orizzontale sugli stessi corsi. Questa tipologia muraria corrisponde a quella di parte delle porzioni superiori sia della Portaccia che della Porta al Serraglio, sia ad una parte delle mura ovest, all’interno di un grande aggancio tra due diverse fasi di cantiere, vicino alla breccia che dà attualmente accesso al borgo.

 

Figura 6. La tipologia costruttiva a bozzette nelle mura meridionali e in quelle occidentali.

Una seconda tipologia muraria invece si riscontra sia nella porzione meridionale delle mura corrispondente all’attuale ristorante “La Terrazza”, sia nelle porzioni delle mura settentrionali e occidentali, rispettivamente accanto alla Porta al Serraglio e alla breccia di accesso al borgo. In questo caso si tratta di conci di calcare alberese, di medie e grandi dimensioni, sbozzati e squadrati e regolarizzati con un picconcello. I conci sono disposti su corsi orizzontali e paralleli e presentano alcune zeppe di grandi dimensioni e dell’altezza dei singoli corsi in corrispondenza degli agganci delle singole fasi di cantiere. Caratteristica di questa tipologia muraria è inoltre la sovrapposizione di “moduli” costruttivi costituiti da un corso di conci prevalentemente squadrati e di dimensioni maggiori  inquadrato da due corsi di bozzette, sopra al quale si succedono 2/3 corsi di dimensioni minori e costituiti da conci dalla lavorazione più sommaria.

 

Figura 7. I moduli costruttivi della fase di cantiere con i conci di dimensioni medio grandi.

Nei secoli successivi al XIV l’ampliarsi dei confini dello stato fiorentino portò alla ruralizzazione del territorio calenzanese e alla defunzionalizzazione delle strutture militari del castello. Per tutta l’età moderna nelle antiche mura vengono aperte serie diverse di finestre per dare luce agli ambienti degli edifici civili che ad esse si addossano. Sulle mura meridionali viene aperta, in seguito, anche una loggetta con colonnine in pietra serena, la cui costruzione distrugge in parte una precedente serie di finestre in laterizi.

Ancora più di recente le finestre di età moderna vengono tamponate e sostituite con quelle attualmente in uso e alle mura viene appoggiata una serie di annessi di servizio per gli edifici tuttora esistenti (la terrazza del ristorante, casottini di servizio ecc…).

 

 

Figura 8. Alcune delle finestre di età moderna e la loggetta settecentesca.

La campagna 2009 ha visto l’analisi anche degli edifici interni alla cinta muraria ed immediatamente adiacenti alle strutture murarie della Portaccia.

In particolare, risultati interessanti sono stati ottenuti dallo studio del prospetto su Via del castello dell’edificio d’angolo con via della torre (CF3, PP1). L’abitazione si addossa al corpo di fabbrica della Portaccia e il paramento è complanare a quello orientale interno della porta.

L’analisi archeologica ha permesso di individuare almeno quattro fasi costruttive due delle quali attribuibili al periodo medievale. La prima fase è riconoscibile nella quasi totalità dello stipite destro e in una piccola porzione di paramento ad esso adiacente (UUSS 103, 113, 116). Si tratta di una muratura in conci di alberese di medie dimensioni, di forma per lo più rettangolare, disposti in corsi orizzontali e paralleli; i conci sono sbozzati o sbozzati a squadro e la finitura superficiale, regolarizzata, è realizzata con un picconcello. La tipologia muraria individuata si presenta del tutto simile a quella della prima fase costruttiva della portaccia e quindi si può datare alla metà circa del XIII secolo, al quale risalgono le prime strutture difensive in muratura del castello. L’edificio oggi di abitazione doveva costituire, con ogni probabilità, una sorta di serraglio, simile a quello che caratterizza la terza fase della Porta al Serraglio e che, evidentemente dovette essere costruito nello stesso periodo.

Successivamente, ancora in epoca medievale, l’edificio sembra subire, forse in seguito ad una distruzione, una ricostruzione in conci sbozzati di alberese di medie dimensioni, ma di forma più quadrangolare. In questa fase viene anche ricostruito il portale nelle sue forme attuali (UUSS 118 e 119)[2] e la struttura viene addossata al corpo di fabbrica della Portaccia dal quale forse prima era indipendente.

Non ben leggibili sono le fasi successive a causa della presenza dell’intonaco che oblitera la tessitura muraria. Nei punti dove il rivestimento è caduto però si nota una muratura in materiale misto non apparecchiata che farebbe pensare ad un intervento di epoca moderna. Inoltre, in un periodo non meglio precisato, questo prospetto del CA2, CF3 doveva costituire un interno almeno per quanto riguarda i piani 2 e 3. Sull’intonaco infatti sono visibili le tracce dei gradini di una scala che si trovava all’interno dell’edificio che doveva quindi addossarsi alla Portaccia.

 

Figura 9. La fasizzazione del CA2, CF3, PP1. In blu i resti della fase I; in rosso quelli fase II.

2.1.2         Gli edifici a ovest di Via del Castello

Gli edifici che attualmente sorgono a fianco della Portaccia, sul lato ovest di Via del Castello, si presentano con un fronte comune, in parte appoggiato alla torre (CF4) e in parte tagliato (CF7) – forse per asportare una scarpa e appoggiarvi l’edificio più recente – dal lato opposto. Un’osservazione più attenta però consente di distinguere chiaramente che si trattava in origine di almeno due edifici distinti e separati da un piccolo spazio verticale, ognuno dei quali ha subito nel corso del tempo numerosissimi interventi.

La fase medievale è rappresentata quasi esclusivamente dagli stipiti di due porte, quella più vicina alla torre in CF4 e quella centrale nell’edificio più a destra (CF7), ma in quest’ultimo caso nemmeno gli stipiti sono interamente attribuibili al medioevo, dato che quello sinistro è evidentemente ricostruito in seguito ad un taglio operato per variare l’ampiezza della porta. Gli stipiti delle due porte si differenziano inoltre come lavorazione: quello della porta del CF è costituito da conci sbozzati a squadro e sommariamente spianati con uno strumento a punta, mentre quella del CF presenta conci perfettamente squadrati e spianati, sempre con l’utilizzo di una punta.

 

 

Figura 10. Il prospetto del gruppo di case a ovest di Via del Castello.

In una seconda fase gli edifici preesistenti sono stati unificati e rialzati per almeno un piano – non è certo, infatti, che precedentemente almeno uno dei due, se non entrambi, non fosse alto più di un piano e che la ricostruzione come corpo di fabbrica unico abbia obliterato i resti del secondo. A questa fase risalgono alcune delle aperture attualmente tamponate, ma ancora visibili sul prospetto generale (PG2), mentre la maggior parte delle aperture appartengono ad una fase ancora successiva, con continuità di uso fino ad oggi.

L’analisi di questo complesso di edifici ha quindi confermato che il Borgo di Sotto è nato quasi contemporaneamente alla Portaccia, ma anch’esso non è stato risparmiato dalle distruzioni ghibelline che hanno obliterato quasi del tutto la fase duecentesca del castello. É infatti probabile che la fase maggiormente rappresentata sui prospetti di questi edifici, cioè quella in cui essi sono stati uniti e vi sono state aperte le finestre ad arco in laterizi, sia riconducibile al pieno Trecento, se non oltre, certamente dopo l’incursione di Castruccio che distrusse la Portaccia, visto che la muratura di questa fase si appoggia al corpo ricostruito della torre. Si tratta dunque dei pochi edifici ricostruiti all’interno delle mura dopo la fine del Duecento, forse proprio di quelli “ordinati” dal Comune di Firenze nelle Provvisioni del 1361 ; questa ipotesi, piuttosto interessante anche perché li renderebbe confrontabili con tutti quelli edificati nelle terrenuove fiorentine, potrebbe essere completamente verificata solo riuscendo ad individuare quali fossero le dimensioni originali che questi due edifici avevano in pianta nella seconda fase, così da poterne accertare o smentire la conformità con quelle prescritte dal Comune fiorentino proprio all’interno delle Provvisioni sopra citate.

 

2.2         L’isolato del Palazzetto Pretorio (CA4)

L’area del borgo al di sopra di Via del Castello è stata fonte di interessanti scoperte fino dalle prime campagne di archeologia degli elevati svoltesi al castello di Calenzano.

Già ad una prima osservazione della pianta del borgo, infatti, si può notare come quest’area, la più elevata del castello, sia attualmente la più povera di edifici ancora visibili in elevato; questa anomalia era stata attribuita alle numerose distruzioni subite dal castello di Calenzano nel corso dei secoli successivi all’epoca del suo massimo sviluppo. Questa ipotesi è stata verificata nel corso delle campagne di archeologia degli elevati con risultati estremamente interessanti.

Nel corso della campagna 2006, infatti, lo studio della fiancata laterale della chiesa di San Niccolò e del prospetto laterale del cosiddetto ‘Palazzetto Pretorio’ aveva evidenziato la presenza di caratteristiche militari, ad esempio delle feritoie, in corrispondenza delle tracce di setti murari oggi scomparsi e di aperture tamponate. Questo aveva fatto supporre che parte della chiesa di San Niccolò avesse fatto parte di un circuito murario più antico di quello attualmente visibile che circondasse l’area sommatale del castello, identificata dai documenti come il castro vetere. In questo caso l’area sommitale del castello sarebbe stata quella che nel ‘200 avrebbe ospitato la maggior parte degli edifici presenti all’epoca divisi tra il castello vero e proprio e il cassero delle fonti, che avrebbe occupato una parte ulteriormente ristretta di quest’area con numerose torri e palazzi. I resti di questi numerosi edifici, anche monumentali, sarebbero stati dunque da ricercare al di sotto dei livelli attuali del piano stradale e nei livelli inferiori delle case-torri attualmente visibili di fronte al complesso militare della Porta al Serraglio.

2.2.1         Un antico edificio sulla piazza del Prato

La campagna del 2009 ha dunque cercato una ulteriore conferma di questa ipotesi analizzando tutte le murature residue dell’isolato che comprende il ‘Palazzetto Pretorio’.

La suddivisione dei corpi di fabbrica all’interno dell’isolato ha identificato, ed escluso dall’analisi, gli edifici evidentemente moderni e/o impossibili da analizzare come l’asilo, e l’abitazione addossata ai prospetti esterni del ‘Palazzetto Pretorio’. Le indagini stratigrafiche si sono dunque concentrate sul recinto che circonda l’isolato e che è stato suddiviso in sei corpi di fabbrica seguendo gli evidenti rapporti di appoggio riscontrabili sui vari setti murari.

Il tratto del recinto che prosegue il ‘Palazzetto Pretorio’ fino alla piccola piazza che si apre davanti alla chiesa di San Niccolò risulta così diviso in due corpi di fabbrica, forse due semplici setti murari di confine dell’isolato fino dall’inizio (CF2 e CF3). Il CF2, infatti, è costruito evidentemente in appoggio sia al prospetto laterale del ‘Palazzetto Pretorio’ (CF1-PP2), che al piccolo corpo di fabbrica CF3. L’analisi della tecnica costruttiva di questo corpo di fabbrica ha inoltre mostrato come esso sia stato costruito per fasce orizzontali che si sovrappongono in senso opposto l’uno all’altra, proprio a riempire lo spazio tra il ‘Palazzetto Pretorio’ e il CF3.

Quest’ultimo, a sua volta, presenta una muratura in conci e bozzette, con un grande arco tamponato più o meno al centro e altre piccole aperture, finestre quadrate, anch’esse tamponate. Evidentemente costruito insieme alla fase più recente dell’edificio adiacente, il CF4, dato che con essa condivide tecnica muraria e allineamenti di buche pontaie, attualmente ospita il piccolo ingresso al cortile del CA4.

 

Figura 11. La pianta dell'isolato del 'Palazzetto Pretorio' - CA4, con la suddivisione in corpi di fabbrica (CF) e i prospetti analizzati.

L’analisi dei corpi di fabbrica (CF4 e CF5) che costituiscono l’angolo dell’isolato sulla piazza del Prato ha consentito non solo di convalidare l’ipotesi che vede in quest’area il centro dell’abitato duecentesco, ma ha aperto ulteriori prospettive. Il prospetto del primo corpo di fabbrica che affaccia sulla piazzetta della chiesa di San Niccolò, infatti, conserva evidenti i resti di una costruzione precedente, in particolare di una angolata in grossi conci di alberese squadrati e spianati con un picconcello. Fortunatamente il prospetto interno di questo tratto di muro è sgombro da edifici e da intonaco ed è stato possibile riscontrare come, all’interno, questa angolata corrisponda alla mazzetta e ai resti dello stipite di un’apertura di notevoli dimensioni. Tutto il resto della muratura di questo CF si appoggia a questa porzione di paramento murario, che risulta quindi la fase più antica del CF3.

La tecnica muraria impiegata nella costruzione di questa porzione di stipite è di ottimo livello, i grandi conci (16-? X 15-45 cm) in alberese bianco sono squadrati e presentano ancora il nastrino su due lati, mentre sugli altri due le sue tracce sono state cancellate dalla spianatura della superficie operata finemente con uno strumento a punta. Interessante notare come l’angolo esterno dello stipite non sia retto, ma leggermente ottuso, ad indicare come l’asse dell’apertura non fosse perpendicolare a quello dell’attuale CF4 e che la mazzetta dovesse avere una forma ‘a L’ in sezione, in modo da facilitare l’eventuale aggancio di una ulteriore muratura.

 

Figura 12. L'angolata in grossi conci visibili all'esterno (PP5) e all'interno (PP7) del CF3.

In un secondo momento alla mazzetta della porta è stata appoggiata una muratura in corsi orizzontali e paralleli di conci squadrati e sbozzati a squadro di medie e piccole dimensioni, visibile soprattutto nel prospetto interno (PP7), nonostante la notevole quantità di arriccio ancora presente sul paramento murario. All’interno di questa porzione di paramento sono visibili numerosi conci di reimpiego con la superficie spianata con l’ausilio di uno strumento a lama piana. Questa tecnica muraria caratterizza anche la parte inferiore del prospetto che affaccia sulla piazza del Prato (PP9) – anche se quasi interamente coperta dall’intonaco – e il corrispettivo prospetto interno (PP8), dove invece è perfettamente visibile anche grazie alla presenza di una tettoia che ha protetto la faccia a vista del paramento interno. Su questo prospetto è chiaramente visibile una risega parzialmente interrata e alcune buche pontaie, una delle quali realizzata tagliando ‘ad L’ uno dei conci del paramento. Sempre su questo prospetto, poco all’interno rispetto al grande arco che attualmente dà accesso al cortile interno all’isolato, sono ancora visibili pochi conci, squadrati e spianati con una punta,  dei due stipiti di una apertura tamponata.

 

Figura 13. Il paramento murario di Fase II, con i resti dell'apertura che dava sul Prato.

Al di sopra del terzo concio di ogni stipite la muratura di questa fase appare tagliata quasi orizzontalmente con un’azione probabilmente volontaria che si estende su tutto il prospetto e anche sul prospetto interno consecutivo (PP5). Un’angolata relativa a questa fase si conserva parzialmente sul prospetto esterno della recinzione attuale del cortile, oltre il grande arco che vi dà attualmente accesso e che segna il limite meridionale dell’edificio costruito in appoggio alla porta della fase più antica. E anch’essa si presenta tagliata alla stessa altezza del taglio visibile sul prospetto interno (PP8)

A questo taglio si appoggia la gran parte della muratura di questi due corpi di fabbrica, costituita da bozzette sub-quadrate e, più raramente, da conci allungati in alberese, disposti su corsi paralleli e tendenzialmente orizzontali; all’interno della muratura sono presenti anche numerosi conci di reimpiego e altri grandi conci. Su entrambi i prospetti interni (PP7 e PP8) e parzialmente visibili anche all’esterno, sono evidenti due file di buche pontaie quadrate e tamponate in laterizi; queste buche pontaie confermano innanzitutto la contemporaneità della riedificazione in altezza dei prospetti dei CF4 e del CF5, ma sottolineano anche come questa riedificazione sia contemporanea alla costruzione del CF3, che va dunque ad ampliare un edificio pre-esistente, probabilmente in concomitanza con un cambio di funzione di quest’ultimo. A questa fase, infatti, appartiene anche la costruzione del grande arco, tamponato, ma ancora visibile su entrambi i prospetti del CF3 (PP4 e 6) che aveva probabilmente una ghiera in laterizi almeno sul prospetto interno (la ghiera esterna è andata completamente perduta e poteva essere anch’essa in laterizi oppure in conci di alberese all’esterno e in laterizi all’interno, come nel grande arco che dà attualmente accesso al cortile).

 

Figura 14. L'arco del CF3 all'esterno e all'interno del grande cortile del CA4.

In una fase ancora più recente il grande arco del CF3 è stato tamponato – in due momenti successivi – e vennero aperte le piccole finestre quadrate e quella ad arco presenti sul CF3 e sul CF4; contemporaneamente sono stati rasi gli stipiti della grande porta che costituisce la fase più antica di questo complesso. Una serie di indizi che comprendono quest’ultima fase di ‘rinnovo’ del sistema di aperture sull’esterno e la presenza di piccole buche pontaie dotate per la maggior parte di mensole a sporgere sull’interno del CF5 (PP8) e a circa 3 mt di altezza dall’attuale piano di calpestio, insieme con la straordinaria conservazione sia dell’arriccio che della faccia a vista dei prospetti interni, suggerisce che questa porzione del cortile interno del CA4 facesse parte, fino a non molto tempo fa, di un ambiente interno, un edificio simile a quello ancora esistente (CF?).

Le analisi dell’ultima campagna hanno quindi dimostrato l’esistenza di edifici appartenenti agli anni del maggior sviluppo del castello proprio nell’area del Prato, individuata come possibile centro del castro vetere fino dal 2006.

La presenza di uno stipite costruito con una tecnica muraria paragonabile a quella delle fasi più antiche della Porta al Serraglio e della Portaccia come dimensioni e come raffinatezza proprio sull’area antistante la chiesa di San Niccolò conferma infatti l’importanza ‘monumentale’ di tutta quest’area,  mentre le dimensioni della mazzetta e dello stipite e la loro posizione topografica sollevano interrogativi ancora più interessanti. Lo stipite attualmente conservato è infatti quello sinistro di un’apertura monumentale che si apriva da Ovest verso Est, cioè verso la facciata della chiesa; le sue dimensioni, inoltre, sono quelle di una porta monumentale, paragonabile appunto alla fase più antica della Porta al Serraglio e sono quindi da attribuire ad una porta civica o a quella di un edificio di importanza fondamentale per il borgo stesso. Di questo ipotetico edificio però non rimane traccia, mentre l’evidente inclinazione dello stipite collocherebbe questa apertura lateralmente e  in posizione disassata sia rispetto alla chiesa che rispetto alla strada che attualmente dà accesso alla piazzetta ad essa antistante. Le murature attualmente conservate inoltre sono soltanto parzialmente visibili e non consentono di capire se l’edifico impostato su questo stipite e rappresentato attualmente dalla tecnica muraria di Fase II fosse concepito contemporaneamente alla porta o se vi sia stato appoggiato in una fase concettualmente, oltre che temporalmente, diversa. Certo è che in entrambi i casi si tratta della conferma dell’identificazione dell’attuale area “vuota” del Prato con una di quelle di più antica urbanizzazione del castello di Calenzano. A maggiore conferma di questa affermazione possono essere portate la frequente presenza di conci o di frammenti di reimpiego e la presenza, nell’area orientale del CA4, di una struttura muraria dalla funzione non chiara, ma sicuramente di carattere difensivo.

2.2.2         La grande struttura muraria su Via del Castello

L’analisi dell’ultimo paramento murario del CA4 ha, infatti, evidenziato come il lato dell’isolato che affaccia su via del castello sia costituito per lo più da una struttura muraria con evidenti caratteristiche difensive. Questo muro (CF6 – PP11) è costituito per la maggior parte da conci di reimpiego caratterizzati da finiture e lavorazioni diverse posti in opera con conci sbozzati e bozzette di alberese, alcuni dei corsi sono costituiti interamente di bozzette e utilizzati come veri e propri corsi di orizzontamento; questa modalità costruttiva dà alla muratura un aspetto esteticamente “disordinato”. Un’altra caratteristica saliente di questa struttura è la presenza di due scarpe in conci squadrati di grandi dimensioni che lo delimitano sia a Sud che a Nord; a nord il CF6 termina infatti con un contrafforte  di retta costruito appoggiandosi all’inclinazione della scarpa e demolendo parzialmente il ‘Palazzetto Pretorio’, mentre sul lato opposto la scarpa originale è stata parzialmente smontata per rendere sporgenti alcuni conci così da poterci appoggiare l’edificio di abitazione civile che attualmente fa angolo con Via dell’Oriolo.

Ad una analisi più approfondita si nota come questo corpo di fabbrica sia stato costruito con due tecniche costruttive diverse e complementari: la prima ha un’altissima percentuale di conci di reimpiego disposti su corsi sub-orizzontali e quasi sempre paralleli, nonostante frequenti sdoppiamenti e il massiccio impiego di zeppe, sia come parte costitutiva della muratura, sia nei giunti e nei letti. La seconda tecnica impiegata presenta conci spaccati e sbozzati, una scarsa presenza di materiale di reimpiego e una percentuale di zeppe poste in opera nella muratura che quasi uguaglia quella dei conci.

Queste due tecniche sono state comunque usate contemporaneamente, con un utilizzo della seconda, più approssimativa, che coincide spesso con delle vere e proprie “toppe” tra fasi di cantiere di dimensioni maggiori, realizzate con la tecnica dall’aspetto più ordinato.

 

 

 

Figura 15. Il  CF6 e le sue due scarpe. Evidenziati i tagli per agganciarvi l’edificio del CF 10 e il contrafforte.

La presenza delle due scarpe, costruite con grandi conci squadrati e spianati e ben connessi, sembra suggerire per l’edificio a cui apparteneva questo prospetto una funzione difensiva oppure una di “rappresentanza” che ad una funzione militare si voleva richiamare per assumerne il prestigio. Il frequente uso dei materiali di reimpiego, spianati sia con strumenti a lama che con strumenti a punta, invece lo colloca in un periodo posteriore alla metà del XIII secolo, quando vennero distrutti numerosi edifici anche monumentali durante le lotte tra guelfi e ghibellini, come viene testimoniato dal liber Extimationum. L’aspetto esteriormente disordinato e l’utilizzo di diverse tecniche contemporaneamente  potrebbe essere dovuto, invece, ad una necessità di una rapida edificazione, forse contestuale al ripetersi delle incursioni a partire da quella di Castruccio Castracani del 1325. A questa necessità di una difesa “improvvisata” potrebbe essere a questo punto ricondotto anche il tamponamento degli archi dell’adiacente ‘Palazzetto Pretorio’.

 

2.3         La chiesa di San Niccolò

La chiesa di San Niccolò era già stata oggetto di una campagna di indagine nel 2005 durante la quali erano emerse le diverse fasi costruttive dell’edificio che avevano visto l’edificazione di tre diversi corpi di fabbrica che, uniti, formano attualmente la chiesa. Uno di questi edifici presentava caratteristiche particolari, come ad esempio una muratura di conci di grandissime dimensioni e la presenza di feritoie, che ne indicavano un possibile utilizzo anche a scopi difensivi. Purtroppo l’interruzione dei rapporti fisici tra questi corpi di fabbrica a causa dei successivi interventi rende ancora impossibile capirne l’esatta sequenza stratigrafica; è comunque possibile ipotizzare che una parte della chiesa di San Niccolò, che dalle fonti sappiamo confinava con le mura del castro vetere, potesse essere utilizzata anche come parte delle mura stesse.

 

Figura 16. Pianta e prospetto laterale della chiesa di San Niccolò con l'indicazione dei diversi corpi di fabbrica che la costituiscono.

La campagna di quest’anno ha preso in esame le murature interne del grande ambiente voltato conosciuto come ‘Sotto i Santi’ (CF3) per chiarirne la funzione e il rapporto col vicino corpo di fabbrica precedentemente indicato come possibile parte della cinta murari più antica del castello (CF2).

Le indagini archeologiche hanno evidenziato come al di sotto dello spesso strato di intonaco che ancora copre gran parte delle pareti e il soffitto a volta di questo ambiente i tre prospetti che lo delimitano siano piuttosto ben conservati e hanno consentito di leggere le vicende costruttive che hanno portato alla costruzione dell’ambiente stesso.

 

Figura 17. La pianta dell'arco di 'Sotto i Santi' e l'indicazione dei prospetti indagati.

Il prospetto che chiude l’ambiente (PP6) e quello destro, che costituisce il suo limite verso il campanile (PP7) sono legati tra loro con un aggancio a cerniera, mentre il prospetto sinistro (PP5) che costituisce il limite tra questo ambiente e il secondo corpo di fabbrica della chiesa (CF2) è chiaramente appoggiato al prospetto di fondo, che addirittura sembra essere stato “preparato” per favorirne l’appoggio. La muratura di questo prospetto è però costituita dalla stessa tecnica muraria degli altri due prospetti, di cui mantiene l’allineamento dei corsi orizzontali e paralleli di piccoli conci sbozzati a squadro e regolarizzati nonché le misure medie dei conci stessi. Sempre questo prospetto è stato evidentemente costruito appoggiandosi a numerosi affioramenti del banco roccioso di alberese, in corrispondenza di un notevole salto di quota della collina, quindi il CF2 della chiesa di San Niccolò occupa la curva di livello superiore al salto di quota e il CF3, con l’ambiente di ‘Sotto i Santi’, occupa invece quella inferiore.

L’approfondimento dell’indagine ha messo in evidenza come quest’ultimo prospetto sia inoltre costituito da due fasi costruttive distinte: la prima è legata all’angolata che costituisce anche il limite destro del CF2, la seconda invece è costruita in appoggio al taglio volontario di quest’ultima, eseguito con la tecnica del “cuci-scuci”; l’angolata in questione, inoltre, presenta alcuni conci sagomati con un angolo più acuto, come ad indicare la volontà di dare al setto murario un’inclinazione diversa, leggermente verso nord.

Si conferma dunque l’ipotesi che l’intero CF3 sia stato costruito dopo il CF2 in quanto la tecnica muraria dei prospetti interni all’ambiente voltato li denota come frutto di un’unica volontà costruttiva, attuata in appoggio alla preesistente angolata del CF2; è possibile anche che l’intero ambiente e tutto il CF3 sia stato costruito in appoggio non solo al CF2 , m anche al campanile (CF4), anche se attualmente quest’ultimo rapporto è totalmente nascosto sia dal cemento che copre parte della fiancata della chiesa e tutto il campanile sia da un piccole contrafforte posto proprio al limite tra il CF3 e il campanile, all’altezza dell’ambiente voltato.

Le indagini archeologiche hanno quindi confermato la successione stratigrafica dei corpi di fabbrica di cui è costruita la chiesa di San Niccolò e ha inoltre suscitato nuovi e interessanti interrogativi. Si tratta infatti di chiarire come mai sia stato necessario distruggere la quasi totalità della muratura originariamente legata all’angolata del CF2 e costruire un nuovo setto murario di collegamento con il nascente ambiente voltato del CF3. La muratura superstite della fase più antica, quella legata all’angolata del CF2, inoltre, è comunque molto simile a quella dell’ambiente voltato: è dunque possibile che fin dall’inizio, adiacente al CF2 fosse previsto un ambiente chiuso? oppure si tratta dei resti di una porta che desse magari accesso al cassero del castello duecentesco? e, in entrambi i casi, perché il campanile della chiesa si trovava così avanzato e su una curva di livello ulteriormente più bassa rispetto al corpo principale della chiesa? Una possibile spiegazione potrebbe consistere nell’esistenza di un circuito murario che comprendesse al suo interno non solo la fiancata del CF2, ma anche una primitiva abside, poi obliterata dalla costruzione del CF3 e che in questa cinta muraria si aprisse una porta, guardata sia dall’abside della chiesa che dal campanile. La verifica di questa ipotesi però sarà possibile solo esaminando gli ambienti interni alla canonica, cioè quelli interni sia al CF2 che al CF3.

 

2.4         Torre o cappella? L’edificio in Via del castello, 15/17 (CA6)

Le indagini condotte quest’anno hanno preso in esame, per la prima volta, l’abitazione posta in Via del castello ai civici 15/17 e prospiciente la piazzetta.

L’edificio presenta una pianta quadrata ed è ben visibile e accessibile solo sui lati N/W e N/E (PP1 e PP2) che quindi sono stati gli unici analizzati; i prospetti S/E e S/W si trovano infatti all’interno della proprietà privata, ma quest’ultimo è parzialmente dall’ingresso al civico 17.

 

Figura 18. Planimetria dell'edificio in via del castello, 15/17 con indicazione dei prospetti analizzati.

La struttura ha genericamente uno stato di conservazione discreto anche se i pesanti restauri a cemento di giunti e letti presenti su tutti i prospetti hanno molto compromesso la leggibilità della muratura

 

Figura 19. Il paramento della prima fase costruttiva..

Nonostante le difficoltà di lettura, l’analisi stratigrafica condotta sui paramenti esterni ha permesso di individuare almeno cinque diverse fasi costruttive, leggibili su entrambi i prospetti.

Della prima fase costruttiva restano modeste tracce nella porzione inferiore del PP2 (UUSS 200, 202 e 203) e in quella del PP1 (UUSS 108, 126 e 127) che comprende anche alcuni conci dello stipite sinistro del portale che quindi doveva esistere, anche se non nelle forme attuali, già in questa prima fase. La muratura è costituita da conci di calcare alberese, di medie e grandi dimensioni, sbozzati e sbozzati a squadro e di forma per lo più rettangolare, disposti in corsi orizzontali e paralleli. La finitura superficiale è regolarizzata a picconcello e in alcuni casi è assente, ma la faccia a vista si presenta comunque piuttosto liscia probabilmente perché dovuta al distacco dal letto di posa. La tecnica costruttiva impiegata in questa prima fase costruttiva sembrerebbe poter essere attribuita alla prima metà del XIII secolo.

A questo primo momento segue una grande fase costruttiva piuttosto ben conservata e leggibile nel PP1, ma di cui restano poche tracce nel PP2 (UUSS 201, 223, 224 e 225). Si tratta di una muratura costituita da bozzette di calcare alberese sia biancastro che marrone e rara arenaria, di forma per lo più quadrata e di piccole e medie dimensioni, disposte in corsi sub-orizzontali e paralleli con finitura superficiale sommariamente regolarizzata o assente. La tessitura muraria, simile a quella presente nel tratto di mura meridionali, sembra quindi attribuibile all’azione di ricostruzione che lo stato fiorentino attuò nel castello di fine XIV secolo a seguito delle distruzioni castrucciane.

 

Figura 20. La tessitura muraria di seconda fase.

È a questa seconda grande fase costruttiva che si attribuisce la realizzazione del portale del prospetto N/W nelle forme attuali. Nonostante gli interventi successivi, parte dello stipite sinistro, l’intero stipite destro, le mensole e l’arco ogivale la cui luce è stata chiusa a mattoni sembrano essere infatti in fase con la muratura del paramento. Data la buona fattura dei pezzi perfettamente squadrati e spianati, si tratta probabilmente di un rimontaggio storico forse di epoca ancora tardo medievale.

 

Figura 21. Il portalino del PP1.

Successivamente, probabilmente già in età moderna, l’edificio è stato oggetto di numerosi  rifacimenti volti anche all’apertura di finestre sia in PP1 che in PP2 per dare luce agli ambienti interni o all’abbassamento del tetto originario e alla ricostruzione quasi totale delle angolate. Da notare la grande ricostruzione di tutta la porzione centrale del paramento del prospetto N/E che riutilizza i medesimi litotipi della seconda fase (calcare bianco e marrone e arenaria), ma in una tessitura muraria completamente irregolare e priva di corsi. L’intervento è forse da ricondurre al risarcimento della muratura in seguito al bombardamento di cui l’edificio fu oggetto durante il secondo conflitto mondiale come è testimoniato da fonti orali.

La documentazione scritta sull’edificio è purtroppo molto scarsa, ma da alcune fonti iconografiche, come i cabrei settecenteschi, sappiamo che la struttura fu utilizzato a lungo come cappella[3]. Le dimensioni in pianta con il lato N/W di metri 7 ca. e quello N/E di metri 8,50 ca., farebbero pensare invece ad una torretta, magari anche con funzione abitativa, forse da identificarsi con quella costruita fuori dal cassero, ma dentro al castello citata nel Liber Extimationum.

L’analisi archeologica condotta ha permesso infatti di individuare sul PP1 una piccola feritoia in fase con la muratura (US 148), elemento questo piuttosto insolito se si considera per l’edificio la sola funzione religiosa[4].

Questo primo studio condotto sul corpo di fabbrica ha permesso quindi di comprendere le diverse funzioni svolte dalla struttura in periodo diversi. In origine, in epoca medievale, l’edificio fu costruito con una valenza per lo più militare, mentre successivamente, forse anche prima dell’età moderna quando ormai il territorio di Calenzano, a seguito dell’espansione fiorentina, aveva perso il ruolo di frontiera che aveva rivestito fino a quel momento, la struttura venne adibita a cappella con un uso quindi prettamente religioso. L’edificio oggi è una abitazione privata.

 

 

  1. L’Atlante delle Tecniche Murarie

Le analisi archeologiche condotte sul territorio di Calenzano hanno avuto, tra gli altr risultati la redazione di un esaustivo Atalente delle Tecniche Murarie, vale a dire un archivio, sia cartaceo che informatico, delle diverse tecniche murarie impiegate nel corso dei secoli per la realizzazione degli edifici ancora visibili sul territorio e che ebbero origine nei secoli del Medioevo.

La compilazione di un simile Atlante consente come prima cosa, di conoscere nel dettaglio le tipologie costruttive e le caratteristiche tecnioche delle murature medievali di Calenzano e del suo territorio, conoscenza imprescindibile nel caso si debbano progettare interventi di restauro che tengano conto e non vogliano obliterare le vicende costruttive e le caratteristiche edilizie degli edifici storici. È inoltre una base di partenzanecessaria anche dove si voglia calcolare il rischio sismico e impostare un piano di intervento che riuardi questo tipo di edifici.

Si tratta, inoltre, di uno strumento di alto valore scientifico, in quanto costituisce una sorta di “fossile-guida” – come le tipologie ceramiche lo sono per uno scavo – attraverso il quale poter attribuire agli edifici storici una cronologia, prima relativa e in seguito anche assoluta. Confrontando le diverse tecniche murarie impiegate all’interno di un territorio si è, infatti, in grado di documentare la presenza di maestranze di vario genere e spesso di conoscerne i committenti. È anche possibile ricostruire la successione delle diverse fasi costruttive di un edficio, attribuendole contemporaneamente ad un preciso periodo storico e alcontesto sociale, politico e culturale all’interno del quale ogni edificio venne progettato, costruito e modificato.

Si tratta, dunque, di un punto di arrivo, ma anche di uno strumento utile alla prosecuzione delle indagini e capace di delineare, attraverso un suo utilizzo sistematico e critico, i tratti del paesaggio culturale del territorio di Calenzano e dei suoi raporti con i territori confinanti ttraverso i secoli.

 

 

  1. Interventi di emergenza

In occasione dei lavori di ristrutturazione del complesso degli edifici pertinenti al Museo del Figurino Storico, e in particolare per quanto riguarda la rimozione dell’intonaco1 nel vano interno della Porta al Serraglio, è stata attuata la sorveglianza archeologica sul cantiere, in previsione della messa in luce della muratura originaria della Porta.

Durante il lavoro di rimozione dell’intonaco è effettivamente emersa una complessa stratificazione di murature medievali che documentano numerosi interventi storici evidenziati dalla presenza di una consistente serie di tipologie murarie e di tipologie di finitura dei materiali da costruzione. Tra le finiture documentate spicca una porzione di muratura interamente lavorata ad ascettino (campioni 1 e 5), uno strumento che studi recenti associano ai cantieri edilizi monumentali di XII – inizi XIII secolo. Si tratterebbe dunque della più antica struttura fortificatoria attestata nel complesso in oggetto e più in generale nell’intero sito del Castello di Calenzano. Si è ritenuto quindi necessario procedere a una lettura complessiva dei paramenti murari messi in luce al di sotto dell’intonaco.

I risultati dell’analisi stratigrafica hanno evidenziato come la struttura più antica della Porta al Serraglio fosse una porta non turrita e voltata in pietra, costruita con un apparecchiatura muraria piuttosto regolare costituita da conci di alberese squadrati e finemente regolarizzati, disposti su corsi orizzontali e paralleli. Dal lato nord la porta terminava con un pilastrino con le stesse caratteristiche costruttive; i conci del pilastrino così come le angolate sud della porta sono finiti superficialmente con un ascettino, strumento usato a Calenzano soltanto qui e nella chiesa di San Niccolò. Questa porzione di muratura, ancora ben evidente nel tratto voltato della porta coincide con quella che all’esterno, nel giardino era già stata individuata come la fase più antica della torre. Purtroppo dopo i recenti restauri non è più possibile individuare lo strumento di finitura dei conci di angolata di quest’ultima, che sono stati pesantemente sabbiati per farvi aderire l’intonaco trasparente di protezione e la malta marrone-rossastra di restauro.

Dalle ricerche precedenti, comunque i conci del paramento apparivano squadrati e finemente regolarizzati con uno strumento a punta, forse una subbia; poiché i conci della muratura interna alla volta sono state più volte sopralavorati per applicare l’intonaco, col restauro si sono perse tutte le ulteriori informazioni ricavabili dall’analisi dettagliata delle finiture dei conci e quelle che avrebbero potuto derivare dall’analisi e dal confronto delle malte antiche.

La prima redazione della Porta al Serraglio fin qui descritta è stata in parte smontata per ammorsarvi una nuova struttura, costruita sempre in conci di alberese disposti su filari orizzontali e paralleli (FASE 2). Parte di questi conci sono evidentemente di reimpiego dalle angolate della torre originaria, tagliate con andamento “a pettine” per favorire l’aggancio con la nuova struttura; si tratta, infatti, di conci di grandi dimensioni perfettamente squadrati e spianati superficialmente con un ascettino.

 

Figura 22. Campione murario 5. In alto a sinistra una raffigurazione degli strumenti di finitura utilizzati ("subbia" e "ascetttino")

A questi conci si sovrappongono altre Unità Stratigrafiche Murarie (USM ) costituite da conci squadrati, ma soltanto regolarizzati. A questa fase della porta corrispondono solo posche USM del lato Est della torre, all’interno della volta, e ad ancora meno USM sul lato ovest che è stato interessato da numerosi interventi successivi.

 

Figura 23. Campione murario 2. In alto a sinistra una raffigurazione dello strumento di finitura utilizzato ("ascettino")

La terza fase della Porta al Serraglio è costituita da un unico grande intervento di ampliamento che ha visto aggiungere il pilastro di Sud-ovest e l’intera parte inferiore dell’edificio dell’altana, costruiti in conci di alberese sbozzati e regolaizati con uno strumento a punta, probabilmente un picconcello dalla foglia piutsto piccola. Questa fase sembra riconducibile alla costruzione di un primo recinto fortificato, precedente a quello ancora visibile, intorno alla porta originaria; il nome Porta al Serraglio verrebbe così ad essere il ricordo di questa fase intermedia delle fortificazioni calenzanesi, poi obliterata dalla costruzione delle mura fiorentine.

 

Figura 24. Campione murario 3. In basso a sinistra una raffigurazione dello strumento di finitura utilizzato ("marteau tetu")

Numerosi indizi concorrono a far propendere per questa ipotesi, oltre all’analisi stratigrafica: il tipo murario di questa fase che sembra tipologicamente attriuibile ai primi del ‘300 (Borchi 2002), e l’esame della pianta dell’edificio che attualmente ospita il Museo del Figurino Storico; in corrispondenza dell’arco di ingresso alla volta del complesso della Porta al Serraglio infatti corre un muro possente (1,5 m di spessore) che non può essere considerato un tramezzo e che potrebbe costituire l’antico limite sud del Serraglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figura 25. Ipotesi ricostruttiva della Porta al Serraglio, prima e dopo la lettura stratigrafica effettuata durante i restauri.

A questa ultima fase si è poi aggiunta la ricostruzione fiorentina che ha inserito la torre del Serraglio nel più ampio circuito murario che ancora la ingloba. Si tratta dell’intervento che ha edificato il muro in grossi conci sbozzati e squadrati di alberese disposti su corsi orizzontali e paralleli, con conci di grandi dimensioni disposti su corsi ben distinti e alternati con corsi sottili di piccoli conci allungati, secondo un tipo murario già riscontrato sui prospetti delle mura che guardano all’esterno.

L’ultima fase costruttiva riscontrata sulla Porta al Serraglio è quella che ha visto il taglio delle murature di tutte le fasi precedenti per l’impostazione e la costruzione della volta in mattoni che attulamente copre il corridoio della porta e che può essere ricondotta alla costruzione del seccatoio dell’altana, in età ormai completamente moderna.

In epoca a noi molto più vicina sono stati trasformati gli ambienti fin qui descritti per trasformarli in annessi agricoli della villa Ginori, sono stati cosruite canalizzazioni per l’acqua, i muri che chiudono a est il corridoio attuale e sono state aperte, e poi ritamponate, aperture create nelle murature antiche per mettere in comunicazione i vari ambienti produttivi.

 

 

 

  1. Lo scavo di Poggio Uccellaia (CPU 5400)

Ricordato nel 1164 tra i beni confermati dall’imperatore Federico I Barbarossa ai conti Guidi il castrum sive castellare de Trivalle, ormai ‘decastellato’ è citato nuovamente nel 1225 quando la famiglia dei Della Tosa ne cede la proprietà al Comune di Firenze, in cambio di mille libbre di buoni danari pisani (Santini, Documenti dell’antica costituzione del Comune di Firenze, Firenze, 1952, pp. 195-206 in Lamberini, Calenzano e la Val di Marina, 1987, Comune di Calenzano, pp.149-150). Gli abitanti dell’antico distretto castrense sono tuttavia ancora tenuti a una qualche forma di presidio dell’antico caposaldo guidingo nel 1260, secondo le disposizioni del comune di Firenze, in caso di chiamata dell’exercitus, sebbene ormai la sua funzione sia piuttosto collegata al ruolo di retroguardia delle difese del castrum di Combiate, il punto forte di Firenze allo sbocco del valico appenninico in direzione di Calenzano.

 

Figura 26. La torre.

La campagna si è aperta nel 2006 con la rimozione dello strato di humus superficiale che ricopriva tutta l’area intorno alla torre, della quale era visibile soltanto l’interno in quanto già scavato prima dell’intervento degli archeologi. Nel corso di diverse campagne (2006-2008) la torre è stata messa in luce su due lati e ha mostrato fin da subito una muratura di altissima qualità, in conci di alberese squadrati e spianati, legati da una malta eccezionalmente aderente e tenace; la fondazione, sempre in conci squadrati, si basa su una fossa scavata direttamente nel banco naturale di alberese per almeno una quindicina di centimetri. Vicino alla torre e parallelo al suo lato corto (lato nord-est) corre un secondo muro, costruito in almeno tre fasi diverse e con diverse tecniche costruttive, per lo più molto sommarie rispetto a quelle della torre; appoggiato ad entrambi i muri è stato rinvenuto un lastricato pavimentale, probabilmente un’area aperta che circondava la torre stessa, segno distintivo dell’area signorile del castello, forse identificabile con una vera e propria piazza dotata di un proprio sistema di canalizzazione e scolo delle acque.

 

AREA 2 (Sud)

 

Figura 27. Il lastricato dell'area signorile e il sistema di canalizzazione.

La sequenza stratigrafica segnala come la torre e il muro ad essa adiacente siano pressoché contemporanei, dal momento che ogni altro strato scavato si appoggia ad entrambi; l’unica fase che li separa è quella che ha visto la regolarizzazione del banco roccioso naturale su cui sorge il sito, realizzato come un piano di calpestio in argilla pressata su cui appoggiare la lastricatura sopra nominata. Questo intervento è, infatti, posteriore alla torre, ma precedente alla fase principale del muro ad essa parallelo – vi è infatti una prima fase di questo muro che sembra essere contemporanea alla torre, ma che deve essere ancora finita di scavare; dai vari strati di argilla compatta che costituiscono questo calpestio provengono la maggior parte dei frammenti ceramici rinvenuti durante lo scavo stratigrafico.

La ceramica rinvenuta durante le operazioni di scavo non è numerosissima, ma il suo studio, effettuato dal laboratorio ceramico di Archeologia Medievale, ha rivelato come sia stata realizzata con due impasti: uno più grezzo con inclusi argillosi di medie dimensioni, l’altro, invece, più depurato con microinclusi (tutte le informazioni sono tratte da analisi autoptiche). Un caso a parte è rappresentato dai testelli, la cui osservazione ha dimostrato l’impiego di un impasto, diverso dai precedenti: ricco di calcinelli e miche di medie e grandi dimensioni per la realizzazione del fondo del manufatto. Questa particolarità tecnica serviva a rendere il vaso resistente all’esposizione diretta e continuata al fuoco. Sono stati rinvenuti anche numerosi frammenti di materiale fittile per la costruzione (laterizi, pianelle, coppi ed embrici). L’omogeneità nella cottura indica probabilmente un alto standard qualitativo.

 

Figura 28. Alcuni esempi della ceramica di Poggio Uccellaia.

La produzione ceramica rinvenuta è caratterizzata da una notevole percentuale di forme chiuse (olle, boccali, ansate, chiuse generiche) rispetto alle forme aperte (paioli, catini, tegami, testi, aperte generiche). La maggior parte dei frammenti appartiene ad olle, testi e paioli. I confronti effettuati hanno mostrato analogie con altre produzioni toscane di XII-XIII secolo (Ascianello, Firenze, Prato, Pistoia).

 

Figura 29. Il grafico delle diverse forme ceramiche rinvenute in corso di scavo.

Per concludere, i reperti di Poggio Uccellaia sono quasi totalmente caratterizzati dall’assenza di rivestimenti e da una produzione omogenea di alta qualità e discretamente standardizzata. Queste ceramiche si inseriscono perfettamente in un contesto basso medievale toscano che inizia nel primo XII secolo e termina entro la metà del XIII, quando ancora si usavano ceramiche acrome sia per la mensa che per la conservazione e la cottura degli alimenti. Soltanto nella seconda metà del XIII secolo, infatti, cominceranno ad essere utilizzate sulle mense medievali ceramiche smaltate, ma il sito di Poggio Uccellaia era probabilmente già abbandonato.

Al termine della terza campagna sul sito di Poggio Uccellaia è stato possibile notare come la torre, che sembrava conservata solo parzialmente, sia in realtà conservata quasi per intero (probabilmente per intero) al di sotto del piano attuale di campagna e che si tratta di una struttura di dimensioni notevoli, eseguita con una tecnica muraria di pregio. Le tecniche murarie adottate per la sua costruzione, infatti, testimoniano l’attività di un cantiere specializzato, che ha visto la costruzione della torre e, quasi contemporaneamente, della prima fase del muro ad essa parallelo. Un cantiere dunque, di ampio respiro, che sembra rispondere ad un progetto insediativo preciso e, contemporaneamente, ad esigenze di una veloce edificazione del nucleo centrale del castrum senza rinunciare ad una elevata qualità del manufatto finale.

Una seconda fase, probabilmente non molto posteriore alla prima, potrebbe aver visto la parziale ricostruzione del muro parallelo alla torre e la lastricatura dell’area intorno ad essa, seguita ad una sistemazione del sistema di deflusso delle acque dall’area sommitale del sito. In questa seconda fase potrebbe essere avvenuta la lastricatura dell’area aperta intorno alla torre, nell’ambito di una sistemazione generale della parte signorile dell’insediamento.

Una conferma ulteriore, dunque, all’interpretazione del sito di Poggio Uccellaia come castello di una certa importanza, all’interno dei domini di una grande famiglia comitale come quella dei Guidi.

Un’ulteriore conferma a questa ipotesi deriva dalla lettura del rilievo planimetrico delle strutture interrate del castello eseguito dal CNR di Montelibretti. Si può notare infatti come la struttura a cerchie concentriche con una torre centrale corrisponda a quella di molti castelli di antica fondazione. La seconda cinta muraria comprende un’area di 4000 m2, un’area quindi non sufficiente per un vero e proprio centro di aggregazione demica, ma notevole per un avamposto di controllo della viabilità.

La ceramica rinvenuta durante lo scavo sembrare inoltre confermare l’arco cronologico di riferimento per il Castrum de Trivalle, si tratta infatti di sola acroma, per la maggior parte grezza, che sembra corrispondere con l’ipotesi di trovarsi sul sito di un castello già abbandonato alla metà del XIII secolo.

 

 

  1. Conclusioni e prospettive

Le indagini del progetto “Calenzano e il suo territorio nel Medioevo. Indagini archeologiche.”hanno interessato, nei cinque anni in cui si sono svolte, diversi aspetti del territorio calenzanese: l’assetto viario, il popolamento e la sua evoluzione a partire dal XII secolo fino alla grande stagione della mezzadria, i metodi costruttivi e le caratteristiche di gran parte dei suoi edifici meglio conservati.

Attraverso i dati raccolti è stato possibile individuare nei conti Guidi i primi attori medievali del palcoscenico calenzanese. Essi per primi, infatti, modificarono il paesaggio in funzione del controllo della viabilità costruendo torri e castelli nei punti chiave degli itinerari viari: nella valle di Legri, passaggio privilegiato e sorvegliato per i loro possedimenti, e a Poggio Uccellaia, da dove potevano controllare non tanto la Barberinese, ma le vie della pina e, soprattutto, la pieve di San Donato, edificio fortificato che ricadeva, in quanto edificio religioso, sotto l’influenza di uno dei loro maggiori rivali, il vescovo fiorentino.

L’episcopato fiorentino, con i suoi grandi possedimenti fondiari in Val di Marina, nella valle di Legri e sulla Calvana – che controllava attraverso i beni di San Miniato al Monte - può, infatti, essere considerato il regista occulto delle prime e più antiche fasi della conquista cittadina del contado, conquista che poi dispiega evidentemente la sua strategia per così dire incruenta tra la fine del XII e la metà del XIII secolo.

Le analisi di archeologia dell’architettura svoltesi al castello di Calenzano e a Collina e l’incrocio dei dati ottenuti con le fonti documentarie, infatti, dimostrano come la città acquisì il controllo del territorio calenzanese mediante il progressivo e massiccio acquisto di beni immobili – edifici e poderi – da parte degli appartenenti al suo ceto dirigente e sostituendosi de facto prima ancora che de iure agli antichi signori del luogo.

Le vicende storiche di Firenze si rifletterono da quel momento sulla fisionomia del castello di Calenzano e del suo territorio fino a tempi anche molto recenti: il castello fu oggetto delle incursioni che colpirono il contado fiorentino da parte dei suoi nemici e delle grandi ricostruzioni volute proprio dalla Repubblica Fiorentina che diedero alle sue mura l’aspetto che ancora oggi vediamo e ammiriamo. La mezzadria, il sistema economico di gestione del patrimonio fondiario introdotto proprio dalla proprietà cittadina, modificò in modo indelebile i suoi colli e le sue valli, restringendo le aree boschive a favore della coltivazione dell’ulivo e della vite e punteggiandole di coloniche e di ville signorili e lussuose.

La storia del rapporto tra Calenzano e Firenze non si chiude con i primi secoli dell’età moderna, tanto che le mura di cinta del castello portano ancora i segni della cannonata che le attraversò, probabilmente in concomitanza con l’arrivo dell’esercito napoleonico e del nuovo assetto politico che ancora è testimoniato dall’antico edificio comunale sul Chiosina.

Non possiamo nemmeno dimenticare i danni subiti durante l’ultimo conflitto mondiale, che vide bombardata la casa-torre-cappella della piazzetta del castello e la costruzione dei nidi di  mitragliatrice sul colle di Poggio Uccellaia.

L’archeologia ha quindi permesso di cominciare a conoscere meglio e più a fondo le vicende storiche di Calenzano e di sottolineare le specificità del suo territorio, così da poter restituire ai “legittimi proprietari” che ancora lo abitano il senso più profondo di ciò che ancora essi vedono e vivono ogni giorno. Non è da sottovalutare poi il valore scientifico dei risultati ottenuti, che si inseriscono a pieno titolo nella lunga tradizione di studi sulla città di Firenze e sulla sua “conquista del contado”, illuminando però per la prima volta un’area a torto considerata marginale e, in parte, dimenticata.

Il progetto “Calenzano e il suo territorio. Analisi archeologiche” ha contribuito a rinnovare l’immagine di Calenzano, spesso limitata agli aspetti della recente industrializzazione, e a restituirne una di qualità nuova, sia dal punto di vista storico-culturale che da quello dell’eccellenza scientifica. Ha inoltre rinsaldato il rapporto tra gli abitanti del suo territrio, in particolar modo quelli che hanno incontato direttamente lo staff dell’Università, e la tradizione e la storia del territorio stesso.

La prosecuzione ulteriore delle indagini potrebbe continuare questo percorso virtuoso e rinsaldare ulteriormente il rapporto tra Calenzzano e i suoi abitanti. In quest’otica sarebbe auspicabile un coinvolgimento delle Scuole e delle Associazioni di Calenzano - ad esempio sullo scavo di Poggio Uccellaia - e in una collaborazione paritaria e fruttuosa con il Gruppo Didattico del Museo per consentire alle Scuole di poter impostare un programma didattico annuale di studio e conoscenza del territorio attraverso l’archeologia.

Lo scavo strtigrafico di Poggio uccellaia potrebbe, infatti, divenire un vero e proprio polo di scambio culturale, dove i cittadini calenzanesi possano contribuire direttamente alla ri-costruzione della storia del loro territorio, attraverso l’apertura dello scavo anche a soggetti esterni, scuole e privati (dietro piccolo pagamento). Sarebbero inoltre da organizzare visite guidate a scavo aperto da pubblicizzare sul sito del Comune e del Museo, pubblicizzate sia dal Comune che dall’Università. Tutto questo potrebbe rientrare a pieno titolo nell’inserimento dello scavo all’interno del Parco Ambientale di Travalle che prevedesse anche un progetto di restauro del sito (murature ecc...) e della sua “musealizzazione” considerando che la fruizione dovrà avvenire a scavo in corso, quindi non potrà essere completa, e a volte a scavo aperto, quindi con problemi di sicurezza ecc...

Sempre nell’ottica di un coinvolgimento più pieno della cittadinanza potrebbe essere prevista una comunicazione breve dei risultati e dei problemi dello scavo alla fine di ogni anno di  campagna, in Comune e/o al Museo, su riviste scientifiche, su riviste divulgative (come Archeologia Viva/Medioevo/ecc...) e su quotidiani locali in collaborazione con l’Ufficio Stampa  del Comune d Calenzano.

La collaborazione con il Gruppo Didattico del Museo, oltre a portare l’archeologia del territorio nelle scuole potrebbe dunque portare alla realizzazione di percorsi turistici storico-ambientali e all’evoluzione e al ri-allestimento del centro di documentazione che potrebbe prevedere con pannelli sullo scavo, la  pubblicazione dei risultati delle indagini di archivio sui documenti inediti relativi al territorio in questione e un powepoint coi risultati generali e dell’anno in corso, pubblicati anche sul sito web del Museo con una breve comunicazione.

Giusto coronamento di questa nuova e più stretta collaborazione tra le diverse strutture del territorio calenzanese dovrebbe essere l’organizzazione a Calenzano di una giornata di studi annuale sull’archeologia/archeologia dell’architettura e di una giornata di studi sull’Archeologia Ricostruttiva in collaborazione con il Museo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Guido Vannini)


INDICE DELLE FIGURE

Figura 1. La Torre e il Torraccio di Collina. 5

Figura 2. Il castello di Legri e la via fortificata. 7

Figura 3. Planimetria del CA2 con la suddivisione dei corpi di fabbrica. 9

Figura 4. La tipologia muraria della fase più antica delle mura sud e della Portaccia. 9

Figura 5. I residui della muratura di seconda fase nelle mura meridionali. 10

Figura 6. La tipologia costruttiva a bozzette nelle mura meridionali e in quelle occidentali. 11

Figura 7. I moduli costruttivi della fase di cantiere con i conci di dimensioni medio grandi. 11

Figura 8. Alcune delle finestre di età moderna e la loggetta settecentesca. 12

Figura 9. La fasizzazione del CA2, CF3, PP1. In blu i resti della fase I; in rosso quelli fase II. 13

Figura 10. Il prospetto del gruppo di case a ovest di Via del Castello. 14

Figura 11. La pianta dell'isolato del 'Palazzetto Pretorio' - CA4, con la suddivisione in corpi di fabbrica (CF) e i prospetti analizzati. 16

Figura 12. L'angolata in grossi conci visibili all'esterno (PP5) e all'interno (PP7) del CF3. 17

Figura 13. Il paramento murario di Fase II, con i resti dell'apertura che dava sul Prato. 17

Figura 14. L'arco del CF3 all'esterno e all'interno del grande cortile del CA4. 18

Figura 15. Il  CF6 e le sue due scarpe. Evidenziati i tagli per agganciarvi l’edificio del CF 10 e il contrafforte. 20

Figura 16. Pianta e prospetto laterale della chiesa di San Niccolò con l'indicazione dei diversi corpi di fabbrica che la costituiscono. 21

Figura 17. La pianta dell'arco di 'Sotto i Santi' e l'indicazione dei prospetti indagati. 21

Figura 18. Planimetria dell'edificio in via del castello, 15/17 con indicazione dei prospetti analizzati. 23

Figura 19. Il paramento della prima fase costruttiva.. 23

Figura 20. La tessitura muraria di seconda fase. 24

Figura 21. Il portalino del PP1. 25

Figura 22. Campione murario 5. In alto a sinistra una raffigurazione degli strumenti di finitura utilizzati ("subbia" e "ascetttino") 27

Figura 23. Campione murario 2. In alto a sinistra una raffigurazione dello strumento di finitura utilizzato ("ascettino") 28

Figura 24. Campione murario 3. In basso a sinistra una raffigurazione dello strumento di finitura utilizzato ("marteau tetu") 28

Figura 25. Ipotesi ricostruttiva della Porta al Serraglio, prima e dopo la lettura stratigrafica effettuata durante i restauri. 29

Figura 26. La torre. 30

Figura 27. Il lastricato dell'area signorile e il sistema di canalizzazione. 31

Figura 28. Alcuni esempi della ceramica di Poggio Uccellaia. 31

Figura 29. Il grafico delle diverse forme ceramiche rinvenute in corso di scavo. 32

 



[1] BELLOMETTI R.2004, Signori della strada: archeologia e storia del paesaggio medievale nella valle di Legri, tesi di laurea presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, relatore prof. G. Vannini, a.a. 2003-2004;

 

[2] La soglia attuale non è originale, ma è stata rimontata con pezzi di riutilizzo quando è stato rialzato di circa 50 cm il piano stradale durante il XIX sec.

[3] Questo cambio di funzione dell’edificio sarebbe confermato dalla presenza di un affresco datato 1350 presente sul prospetto interno  di PP2, a destra della finestra tutt’oggi in uso.

[4] Va detto che anche la chiesa di San Niccolò nel castello e altre nel territorio, come quella di Cavagliano, presentano in facciata delle feritoie, ma sono più alte e strette rispetto a quelle presenti nell’edificio in Via del Castello e quindi non tipologicamente assimilabili. Si può forse pensare per questi casi a maestranze itineranti che operano nel territorio lasciando una sorta di “firma”stilisticamente riconoscibile.